{"id":3879,"date":"2022-03-04T19:48:00","date_gmt":"2022-03-04T18:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.francescotuccari.it\/?p=3879"},"modified":"2025-10-12T17:54:02","modified_gmt":"2025-10-12T15:54:02","slug":"ucraina-la-guerra-di-putin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.francescotuccari.it\/?p=3879","title":{"rendered":"Ucraina: la guerra di Putin"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"563\" src=\"https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5-1024x563.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3880\" srcset=\"https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5-1024x563.jpeg 1024w, https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5-300x165.jpeg 300w, https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5-768x422.jpeg 768w, https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/04\/image-5.jpeg 1050w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Una breve premessa<\/strong><\/h2>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/aulalettere.scuola.zanichelli.it\/sezioni-lettere\/storia-di-oggi\/ucraina-la-guerra-di-putin\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"357\" height=\"184\" src=\"https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Icona-Zanichelli.001.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4906\" style=\"width:200px\" srcset=\"https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Icona-Zanichelli.001.jpeg 357w, https:\/\/www.francescotuccari.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Icona-Zanichelli.001-300x155.jpeg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 357px) 100vw, 357px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p>\u00c8 sempre estremamente difficile raccontare e analizzare i fatti che si svolgono sotto i nostri occhi. Soprattutto se ci colgono di sorpresa con le loro drammatiche e a volte brutali conseguenze. \u00c8 capitato due anni or sono con la pandemia, che dal principio del 2020 ha continuato senza sosta a fare il suo corso e non \u00e8 certo del tutto finita. Sta capitando di nuovo in questi giorni con il cruento conflitto che si \u00e8 acceso all\u2019improvviso con l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina, iniziata all\u2019alba del 24 febbraio 2022 e in travolgente evoluzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Almeno per ora \u2013 3 marzo \u2013 si registrano bombardamenti martellanti, distruzioni, morti, violenze sui civili, coprifuochi, prime consistenti prove di guerriglia, esodi di massa, pesantissime sanzioni internazionali, faticosi e per ora inutili o poco concludenti negoziati, da ultimo una formale condanna dell\u2019aggressione da parte dell\u2019Onu&nbsp;(2 marzo). Non si pu\u00f2 tuttavia escludere una deflagrazione pi\u00f9 generale, con il coinvolgimento della Nato, degli Stati Uniti e della stessa Europa. Il rischio, semplicemente impensabile ma pur sempre possibile, \u00e8 quello di una \u201cascesa agli estremi\u201d, incluso il ricorso alle armi nucleari, gi\u00e0 pi\u00f9 volte velatamente e apertamente minacciato da Mosca.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto, naturalmente, \u00e8 pi\u00f9 o meno prevedibile, soprattutto col senno di poi. Lo era la pandemia, ampiamente annunciata da fior di scienziati. E lo era anche l\u2019attuale guerra russo-ucraina, su cui numerosi analisti e studiosi avevano da tempo richiamato l\u2019attenzione, mettendo al microscopio le ambizioni neo-imperiali della Russia di Putin.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, per\u00f2, quando le cose \u201cpreviste\u201d&nbsp;accadono per davvero, i conti ricominciano a non tornare e si ricade nella dimensione dell\u2019imprevedibile. Riprende il sopravvento la contingenza, che \u00e8 intessuta di eventi improvvisi, di scelte sagge o folli, eroiche o criminali, di grandi e piccoli uomini in carne e ossa, di passioni, di effetti non previsti o non voluti e quant\u2019altro. Il risultato \u00e8 che in presa diretta non si riesce a comprendere veramente che cosa stia succedendo. Si rischia di mettere insieme dei fatti che alla fine, e solo alla fine, possono raccontare una storia molto diversa da quella che avevamo immaginato all\u2019inizio. \u00c8 gi\u00e0 successo innumerevoli volte e in modo paradigmatico poco pi\u00f9 di un secolo fa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 con questa ovvia ma opportuna avvertenza che si pu\u00f2 oggi tentare di leggere e comprendere la guerra di Vladimir Putin. Con l\u2019importante aggiunta che, trattandosi di guerra, di una guerra vera, esposta per di pi\u00f9 al rischio di un\u2019escalation assai pericolosa, i fatti stessi \u2013 oltre a essere tantissimi, confusi e incontrollabili \u2013 sono anche difficilmente estraibili dal vortice della propaganda, della disinformazione e della contro-informazione che accompagnano da sempre ogni conflitto e che oggi, nell\u2019epoca dei social, delle&nbsp;<em>fake news<\/em>&nbsp;e della post-verit\u00e0, semplicemente dilagano.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Guerra a sorpresa<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Da diversi mesi molti analisti occidentali, soprattutto statunitensi, avevano acceso i riflettori sulla possibilit\u00e0 di un imminente conflitto russo-ucraino. Massicce esercitazioni militari, movimenti sempre pi\u00f9 consistenti di truppe, aerei, rampe di lancio, missili e mezzi corazzati russi ripresi da satelliti e droni segnalavano che qualcosa stava effettivamente accadendo. Specialmente sul confine orientale dell\u2019Ucraina, l\u00e0 dove era aperta e bruciante la ferita della Crimea e delle due repubbliche separatiste filorusse del Donbass (Doneck e Lugansk), da anni al centro di un\u2019aspra contesa tra Kiev e Mosca e teatro di una strisciante guerra civile. Quando per\u00f2, all\u2019alba del 24 febbraio, l\u2019invasione russa del territorio ucraino \u00e8 iniziata per davvero \u2013 a est dalla Federazione russa, a sud dalla penisola di Crimea e a nord dalla Bielorussia \u2013 le opinioni pubbliche del mondo intero si sono risvegliate in un incubo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non era infatti iniziata soltanto una guerra a sorpresa che Putin, fino all\u2019ultimo istante, aveva risolutamente negato di voler condurre, accusando di paranoia e arroganza le&nbsp;<em>situation rooms<\/em>&nbsp;e l\u2019<em>intelligence<\/em>&nbsp;del mondo occidentale, Stati Uniti in testa. Era successo qualcosa di assai pi\u00f9 rilevante e sconvolgente. La guerra, la guerra vera, quella che si combatte con gli eserciti, che mobilita Stati e coalizioni di Stati e che si ispira ai tradizionali principi della \u201cpolitica di potenza\u201d&nbsp;\u2013 la&nbsp;<em>Machtpolitik<\/em>&nbsp;\u2013 era tornata a bussare in modo prepotente alle porte dell\u2019Europa. \u00c8 stata questa, per molti, l\u2019autentica e gelida sorpresa, a oltre trent\u2019anni dalla fine della guerra fredda e dal tramonto del mondo bipolare.<\/p>\n\n\n\n<p>Si deve infatti ricordare che il crollo dei regimi comunisti e dell\u2019Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991 era stato accolto e celebrato come l\u2019atto inaugurale di un\u2019epoca di progressiva pacificazione delle relazioni internazionali. Era iniziata \u2013 si diceva \u2013 la \u201cfine della storia\u201d&nbsp;(F. Fukuyama,&nbsp;<em>The End of History?<\/em>, 1989). Le democrazie \u2013 si ripeteva \u2013 si stavano moltiplicando a tutte le latitudini, rimpiazzando i regimi autoritari, compresi quelli comunisti, il che costituiva un buon auspicio per la pace mondiale visto che le democrazie tendenzialmente non confliggono tra loro (S.P. Huntington,&nbsp;<em>La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo<\/em>, 1991). E cos\u00ec ancora \u2013 si aggiungeva \u2013 le guerre stesse, per lo meno le&nbsp;<em>major wars<\/em>, le guerre tra grandi potenze, che alla fine danneggiano quasi in egual misura vincitori e vinti, erano ormai diventate obsolete. Come avevano gi\u00e0 pi\u00f9 volte profetizzato Kant e molti altri autori classici, l\u2019avvento dell\u2019\u201det\u00e0 del commercio\u201d&nbsp;e dell\u2019interconnessione sempre pi\u00f9 stretta tra i popoli era destinata, in prospettiva, a ridurre la guerra a un arcaico e polveroso anacronismo, come il duello e la schiavit\u00f9 (J. Mueller,&nbsp;<em>Retreat from Doomsday. The Obsolescence of Major Wars<\/em>, 1990). Soprattutto in Europa, che dal 1945 non aveva pi\u00f9 fatto l\u2019esperienza di conflitti armati \u2013 peraltro dopo secoli di guerre ininterrotte culminate nelle due guerre mondiali \u2013 queste idee dovevano entrare a far parte del DNA delle giovani generazioni e sedimentarsi ulteriormente grazie ai pur difficili progressi del processo di integrazione europea.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra il 1989 e il 1991 questa visione ottimistica del futuro delle relazioni internazionali era pi\u00f9 che comprensibile. Con il crollo dell\u2019Unione Sovietica, in effetti, era venuto improvvisamente meno il rischio, pi\u00f9 volte sfiorato, di un&nbsp;<em>planet-ending conflict<\/em>, di una guerra da fine del mondo, condotta tra i due \u201cblocchi\u201d&nbsp;con armi di distruzione di massa spaventose, tali da annientare met\u00e0 del genere umano e di rigettare l\u2019altra met\u00e0 nell\u2019et\u00e0 della pietra. E tuttavia, come ben sappiamo, alla fine della guerra fredda non doveva seguire una solida stagione di pace ma un\u2019epoca confusa e disordinata di guerre calde e pressoch\u00e9 ininterrotte: guerre, spesso assai cruente, che dovevano accendersi ovunque, insieme a svariate forme di violenza organizzata su vasta scala di tipo etnico, nazionale, religioso, terroristico.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019elenco \u00e8 lungo ma \u00e8 opportuno scorrerlo almeno a grandi linee, per scovarvi cosa manca. Vi troviamo la prima guerra del Golfo (1991) contro l\u2019Iraq di Saddam Hussein che nel 1990 aveva invaso il Kuwait; l\u2019interminabile e violentissima guerra nella ex Jugoslavia (1991-2001); il genocidio in Rwanda (1994); le guerre in Cecenia (a partire dal 1994) e in altre svariate regioni dell\u2019ex impero sovietico (il turbolentissimo \u00abovale eurasiatico\u00bb su cui dovremo tornare); gli attentati terroristici \u2013 per lo pi\u00f9 di matrice religiosa &#8211; di New York (1993), Tokyo (1995), contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania (1998) e contro il cacciatorpediniere USS Cole nel golfo di Aden (2000), le ripetute violenze, con tanto di attentati suicidi, legate al conflitto tra Israele e Palestina. Vi troviamo poi, in un crescendo spaventoso, gli spettacolari attentati dell\u201911 settembre 2001 contro le Twin Towers e il Pentagono; la guerra in Afghanistan, durata vent\u2019anni e terminata solo pochi mesi fa con il ritiro degli americani e il ritorno dei talebani al potere (2001-2021); la seconda guerra del Golfo contro l\u2019Iraq di Saddam Hussein (2003-2011); gli attentati di al-Qaeda a Madrid (2004) e Londra (2005); le terribili guerre civili e al tempo stesso internazionali seguite alle cosiddette \u201cprimavere arabe\u201d&nbsp;dal 2011, soprattutto in Libia e in Siria; la prima drammatica crisi delle relazioni russo-ucraine nel 2013-2014, conclusasi con la conquista della Crimea da parte di Mosca; la nascita dello Stato Islamico (Isis) nel 2014 e la sua impressionante espansione militare tra Iraq e Siria negli anni immediatamente seguenti; gli attentati islamisti in Europa e soprattutto in Francia dal 2015, oltre che in Asia e in Africa; le pericolosissime tensioni tra gli USA e la Corea del Nord e l\u2019Iran sul tema delle armi nucleari.<\/p>\n\n\n\n<p>A tutto questo bisogna ancora aggiungere altri cruciali fattori di destabilizzazione: anzitutto, la disastrosa crisi economica mondiale iniziata nel 2007-2008 negli Stati Uniti, presto deflagrata in tutto il pianeta e ancor oggi non del tutto superata; poi il dilagare di flussi migratori fuori controllo di disperati in fuga dalla miseria, dalla guerra, da violente dittature, da catastrofi climatiche di ogni genere (in particolare la cosiddetta \u201ccrisi dei rifugiati\u201d&nbsp;siriani del 2015, che rischia oggi di ripetersi in proporzioni ben pi\u00f9 ampie da est); quindi lo strepitoso successo, per tutto il corso dell\u2019ultimo decennio, di aggressivi movimenti \u201csovranisti\u201d&nbsp;di ogni tipo, dagli USA (Trump) alla Gran Bretagna (Brexit) fino a tutta l\u2019Europa continentale; e infine la gi\u00e0 citata pandemia, che dal 2020 ha causato milioni di morti nel mondo intero. Il tutto, sullo sfondo della straordinaria crescita economica e anche politico-militare della Cina, che sta modificando in radice gli equilibri della potenza mondiale, conferendo tra l\u2019altro un crescente&nbsp;<em>appeal<\/em>&nbsp;ai regimi autoritari contrapposti alle vecchie e stanche democrazie. Non \u00e8 esattamente l\u2019Eden che la fine della guerra fredda sembrava promettere.<\/p>\n\n\n\n<p>La recentissima guerra russo-ucraina, tuttavia, aggiunge oggi un ulteriore tassello al quadro di questo mondo in frammenti. Un tassello di qualit\u00e0 diversa, che ci riporta pericolosamente indietro nel tempo e che merita di essere fissato nella sua cornice pi\u00f9 generale, prima ancora di provare a ricostruire, per quanto \u00e8 possibile, le ragioni e i primi confusi sviluppi del conflitto.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Vecchie e nuove guerre<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Di fronte ai fatti che ho prima elencato, negli ultimi trent\u2019anni gli studiosi di relazioni internazionali e di scienze strategiche sono tornati a riflettere ad ampio raggio sul tema della natura e delle forme della guerra, dando molto spesso per scontato che l\u2019epoca delle&nbsp;<em>major wars<\/em>&nbsp;\u2013 le guerre \u201cclassiche\u201d&nbsp;tra le grandi potenze, sul modello della Prima e della Seconda guerra mondiale \u2013 fosse ormai definitivamente al tramonto. Non tutti, ovviamente, la pensavano e la pensano cos\u00ec. Fran\u00e7ois Heisbourg, per esempio, in un volumetto pubblicato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso scriveva che quel tipo di guerra \u2013 conflitti da XIX secolo condotti con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia del XXI \u2013 si sarebbe ancora prepotentemente manifestato in Asia, accanto per\u00f2, nel resto del mondo, a guerre di \u201cStati criminali\u201d, a guerre di \u201csecessione\u201d&nbsp;di ogni tipo e a ipermoderne guerre cibernetiche soprattutto in Occidente (F. Heisbourg,&nbsp;<em>Il futuro della guerra<\/em>, 1997). La visione pi\u00f9 diffusa, tuttavia, \u00e8 stata fissata all\u2019incirca negli stessi anni da Mary Kaldor, in un libro intitolato&nbsp;<em>Le nuove guerre. La violenza organizzata nell\u2019et\u00e0 globale<\/em>&nbsp;(1999), che faceva tesoro di svariate esperienze di guerra dell\u2019ultimo decennio del secolo scorso, in particolare del conflitto che, nel cuore stesso della vecchia Europa, aveva portato \u2013 tra violenze indicibili \u2013 alla dissoluzione della Jugoslavia. La sua tesi era che le \u201cvecchie guerre\u201d&nbsp;tra Stati, le cosiddette guerre \u201cclausewitziane\u201d&nbsp;(dal nome del pi\u00f9 autorevole teorico della guerra del XIX secolo, il prussiano Carl von Clausewitz, autore del celebre&nbsp;<em>Della guerra<\/em>, 1832), stavano sempre pi\u00f9 lasciando il posto a \u201cnuove guerre\u201d&nbsp;di natura assai diversa. E cio\u00e8 a forme di violenza organizzata i cui protagonisti non erano pi\u00f9 gli Stati, che stavano perdendo in modo crescente il tradizionale monopolio della forza, ma attori che emergevano da una crisi radicale e generalizzata dello Stato nell\u2019epoca della globalizzazione: unit\u00e0 paramilitari, signori locali della guerra, bande criminali, gruppi mercenari, fuoriusciti, terroristi e via enumerando.<\/p>\n\n\n\n<p>Contestualmente \u2013 aggiungeva Kaldor \u2013 stavano cambiando gli stessi metodi di combattimento, sempre pi\u00f9 orientati verso le tecniche della guerriglia e della controinsurrezione, con l\u2019obiettivo di infliggere ai civili i maggiori danni possibili, con deportazioni forzate, uccisioni in massa e conseguenti esodi di profughi e rifugiati. Stavano cambiando, ancora, i modi di finanziare la guerra, che non traeva pi\u00f9 le proprie risorse dalle politiche centralizzate dello Stato ma dal sostegno dei gruppi della diaspora, dal saccheggio, dal mercato nero, dal commercio illegale di armi, droga, petrolio, diamanti ed esseri umani e persino dalla \u201ctassazione\u201d&nbsp;dell\u2019assistenza umanitaria. Stavano cambiando, infine, gli scopi stessi della guerra, che non avevano pi\u00f9 a che fare con dispute e contrapposizioni territoriali e\/o ideologiche, ma con le politiche dell\u2019identit\u00e0 e dell\u2019odio su base etnica, nazionale e religiosa. Veniva cos\u00ec fissato un quadro assai poco edificante di trasformazione (e di \u201cprivatizzazione\u201d) della guerra, che dopo gli attentati dell\u201911 settembre 2001 e quello che ne \u00e8 seguito \u2013 prima con al-Qaeda e poi con l\u2019Isis&nbsp;\u2013 si \u00e8 ulteriormente definito con l\u2019inclusione in grande stile del terrorismo globale e in particolare del \u201cterrorismo in nome di Dio\u201d&nbsp;(M. Juergensmeyer,&nbsp;<em>Terroristi in nome di Dio<\/em>, 2000). Da allora, pi\u00f9 che di guerre (al plurale), si \u00e8 preso a parlare di un\u2019unica \u201cguerra globale\u201d, molecolare, a intensit\u00e0 relativamente bassa, ma tale da appannare o addirittura annullare dappertutto \u2013 nelle zone di guerra vera ma anche nelle tranquille e pacifiche metropoli occidentali \u2013 le tradizionali differenze tra interno ed esterno, tra militari e civili, tra pubblico e privato (C. Galli,&nbsp;<em>La guerra globale<\/em>, 2002). Oppure, senza troppi complimenti, di \u201cguerra senza limiti\u201d, cos\u00ec com\u2019era stata teorizzata poco prima da due colonnelli cinesi, Quiao Liang e Wang Xiangsui, in un libro di estremo interesse (<em>Guerra senza limiti. L\u2019arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione<\/em>, 1999).<\/p>\n\n\n\n<p>In effetti, la gran parte dei conflitti degli ultimi trent\u2019anni rientrano in qualche modo in questa descrizione. Molti di essi sono riconducibili a vere e proprie \u201cguerre civili\u201d, che sono andate poi in varia misura internazionalizzandosi (ad es. Jugoslavia, Libia, Siria). Altri si sono configurati come squilibratissime \u201cguerre asimmetriche\u201d&nbsp;(ad es. Afghanistan e Iraq) che, dopo la potenza iniziale dispiegata dagli Stati nella guerra vera e propria (di solito di breve o brevissima durata), sono poi andate impantanandosi in estenuanti e violentissimi \u201cdopoguerra\u201d, in cui di regola i deboli \u2013 attraverso guerriglia, terrorismo e forme varie di resistenza \u2013 prevalgono alla fine sui forti. Altri ancora, poi, sono stati condotti per \u201cragioni umanitarie\u201d&nbsp;(Kosovo), in base al principio \u2013 scivolosissimo sul piano del diritto internazionale \u2013 della&nbsp;<em>responsibility to protect<\/em>, della responsabilit\u00e0 di proteggere le popolazioni da violazioni su vasta scala dei diritti umani. Nessuno di quei conflitti, tuttavia, compreso quello pi\u00f9 importante e drammatico di tutti, il conflitto nella ex Jugoslavia, ha preso la forma di una \u201cvecchia guerra\u201d, la guerra tra Stati. E soprattutto nessuno di essi ha visto contrapporsi frontalmente, e non soltanto \u201cper procura\u201d, le grandi potenze di oggi: gli Stati Uniti, la Russia e l\u2019Europa, con la Cina che per ora sta a guardare, forse con qualche retropensiero su Taiwan, il Tibet e Hong Kong. Ma \u00e8 esattamente questo che sta rischiando di accadere oggi, con conseguenze altamente imprevedibili. \u00c8 su questo sfondo pi\u00f9 generale che possiamo leggere la guerra attuale e la \u201cvecchia novit\u00e0\u201d&nbsp;che essa riporta all\u2019ordine del giorno.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Le ragioni e la posta in gioco del conflitto<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>In qualsiasi guerra la storia e le memorie contano. Talvolta, per\u00f2, \u00e8 altrettanto importante, se non addirittura pi\u00f9 importante, la geografia. Senza dunque addentrarci nel vortice degli \u201cusi pubblici della storia\u201d&nbsp;e scomodare la Rus\u2019 di Kiev, Caterina e Pietro il Grande, Lenin e Stalin, la Seconda guerra mondiale, etc. \u2013 tutte cose ovviamente importantissime \u2013 conviene avvicinarsi ad alcune delle ragioni dell\u2019attuale conflitto russo-ucraino per una via diversa: ritornando agli anni finali della guerra fredda e poi della caduta dell\u2019impero sovietico e provando a gettare lo sguardo su qualche mappa geopolitica. Avendo per\u00f2 ben chiaro che anche le mappe non dicono tutto e non giustificano nulla.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/d969f128-1f56-4142-b7eb-415d2e8dd3f5-nato-pattovarsavia.png\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Ancora nel 1989, l\u2019Unione Sovietica, almeno sulla carta, costituiva un blocco geopolitico di dimensioni colossali. Essa si componeva di 15 repubbliche socialiste dislocate, a partire dalla stessa Russia, tra Asia ed Europa. Vale la pena di enumerarle, procedendo da est verso ovest e poi da sud verso nord. Si trattava delle repubbliche russa, kazaka, kirghiza, tagika, uzbeka, turkmena, azera, armena, georgiana, ucraina, moldava, bielorussa, lituana, lettone ed estone. Esse occupavano uno spazio enorme \u2013 circa cinque&nbsp;volte l\u2019attuale Unione Europea \u2013 esteso dallo Stretto di Bering fino alle propaggini orientali dell\u2019Europa, risalendo a nord sino all\u2019immenso confine russo-finlandese e al piccolo confine russo-norvegese. Sempre restando al 1989, questo colosso era saldamente legato e sovraordinato dal punto di vista politico e militare, tramite il Patto di Varsavia (1955), a una serie assai importante di paesi satelliti dell\u2019Europa centro-orientale, che costituivano il suo cordone di sicurezza a ovest. Da nord verso sud: la Polonia e la Repubblica democratica tedesca, la Cecoslovacchia, l\u2019Ungheria, la Romania, la Bulgaria e l\u2019Albania, a cui si deve aggiungere \u2013 nei Balcani \u2013 la pur non allineata Jugoslavia di Tito.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo due anni dopo, alla fine del 1991, questo enorme blocco di potere era improvvisamente scomparso. Erano caduti tutti i regimi comunisti dell\u2019Europa centro-orientale. Le due Germanie \u2013 la cui divisione era il simbolo stesso della guerra fredda e dell\u2019et\u00e0 bipolare \u2013 si erano riunificate (ottobre 1990). Si era sciolto il Patto di Varsavia (luglio 1991). La stessa URSS si era disintegrata (dicembre 1991). Le quindici repubbliche che la componevano erano diventate indipendenti, con diversi livelli di riottosit\u00e0. Dodici di esse \u2013 prima fra tutte la Federazione russa \u2013 erano entrate a far parte della cosiddetta Comunit\u00e0 degli Stati Indipendenti (Csi). Mancavano all\u2019appello i tre Stati baltici \u2013 Lettonia, Estonia e Lituania \u2013 e la Georgia, che vi ader\u00ec nel 1993. Il Turkmenistan doveva di fatto uscirne nel 2005. La Georgia e l\u2019Ucraina ne uscirono rispettivamente nel 2009 e nel 2014, a seguito di veri e propri conflitti con Mosca che costituiscono i pi\u00f9 immediati antecedenti della guerra attuale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/535cd8ca-706c-42e9-98af-937ebef8a832-csi-1992.png\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Questo immenso spazio geopolitico costituiva il classico gigante dai piedi di argilla. Con la relativa eccezione della Federazione russa (su cui torneremo tra poco), si trattava in sostanza di un intricatissimo coacervo di etnie e nazioni diverse, ma sempre con una significativa presenza di popolazioni russe e\/o russofone, frutto delle politiche di russificazione degli zar e poi dell\u2019URSS. In breve: di una miscela di popoli estremamente frammentati sul piano etnico, culturale, linguistico e anche religioso e sempre sul punto di esplodere in un vortice di violente rivendicazioni di autonomia e indipendenza, che in svariati casi avevano portato alla formazione di piccoli Stati autoproclamatisi indipendenti al centro di aspre dispute territoriali tra le neonate repubbliche post-sovietiche e soprattutto la Federazione russa. Tra questi, l\u2019Abkhazia e l\u2019Ossezia del Sud, nel Caucaso, contese tra la Russia e la Georgia; il Nagorno Karabakh, in Transcaucasia, conteso tra Armenia e Azerbaigian con il sostegno rispettivamente di Turchia e Russia; la Transnistria, in Europa orientale, contesa tra Moldavia e Russia; e dal 2014 la Crimea e le due repubbliche di Doneck e Lugansk, in territorio ucraino, contese per l\u2019appunto tra Mosca e Kiev.<\/p>\n\n\n\n<p>La stessa Federazione russa \u2013 quella che chiamiamo semplicemente Russia e che ha raccolto l\u2019eredit\u00e0 principale dell\u2019URSS, compreso il seggio permanente alle Nazioni Unite \u2013 \u00e8 per l\u2019appunto una \u00abfederazione\u00bb, che comprende 22 repubbliche dotate di diversi gradi di autonomia, frutto di una storia e di accordi complicatissimi. Essa costituiva e costituisce, dunque, tutt\u2019altro che un monolite, con diverse spine nel fianco. Prima fra tutte la Cecenia, con la quale Mosca ha ingaggiato due vere e proprie guerre nel 1994-1996 e poi nel 1999-2009, a suon di bombardamenti, scontri militari, violenze di massa sui civili, attentati terroristici di matrice indipendentista e islamista (particolarmente significativo quello al teatro Dubrovka di Mosca, nell\u2019ottobre 2002, risoltosi con l\u2019intervento delle forze speciali russe e con circa 400 morti).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo spazio significativamente ridotto, tumultuoso, frammentato, altamente instabile soprattutto nell\u2019ampia striscia che mette in contatto Europa e Asia (l\u2019\u201dovale eurasiatico\u201d), che raccoglieva l\u2019eredit\u00e0 della Grande Russia e poi dell\u2019Unione Sovietica. Esso costituiva \u2013 come ha scritto Zbigniew Brzezinski gi\u00e0 al principio degli anni Novanta \u2013 \u00abil buco nero della storia contemporanea\u00bb. Portava infatti in superficie, con la caduta del ferreo dominio sovietico, un pericolosissimo \u00abvuoto geopolitico\u00bb in Eurasia: un vuoto che non poteva essere in alcun modo \u201criordinato\u201d&nbsp;dagli Stati Uniti o dall\u2019Europa (profondamente divisa) e che prometteva quindi conflitti senza sosta al prezzo di una instabilit\u00e0 generalizzata, contribuendo cos\u00ec a rendere il mondo nel suo complesso \u201cingovernabile\u201d, \u201cfuori controllo\u201d&nbsp;(Z. Brzezinski,&nbsp;<em>Il mondo fuori controllo<\/em>, 1993).<\/p>\n\n\n\n<p>Si deve ancora aggiungere che quello stesso spazio era s\u00ec ricchissimo di risorse naturali strategiche per l\u2019approvvigionamento energetico europeo e mondiale (anzitutto il gas), ma era al contempo afflitto \u2013 Federazione russa compresa \u2013 da immensi problemi economici e di sviluppo, resi drammatici da una complicata transizione dalla vecchia economia pianificata di stampo sovietico all\u2019economia di mercato, che non doveva certo sollevare il basso tenore di vita delle popolazioni e attenuare il loro crescente malcontento. Quella transizione, infatti, doveva svolgersi in modo estremamente disordinato e a tutto vantaggio di ristrette, autoritarie e spesso criminali oligarchie \u2013 i famosi \u201coligarchi\u201d&nbsp;da molto tempo agli onori delle cronache \u2013 legate saldamente, in Russia e altrove (Ucraina compresa), al sistema di potere post-sovietico. Da qui, sostanzialmente, la benzina che in molti paesi doveva accendere \u2013 certo con diversa energia e tra successi e insuccessi \u2013 i motori delle cosiddette \u201crivoluzioni colorate\u201d, spesso insieme a una crescente propensione a guardare verso l\u2019Europa e l\u2019Occidente: in Georgia nel 2003, in Ucraina nel 2004-2005, in Kirghizistan nel 2005, in Azerbaigian nel 2005, in Bielorussia nel 2004-2005 e in Mongolia nel 2005.<\/p>\n\n\n\n<p>Per completare il quadro, per\u00f2, si deve ancora spostare lo sguardo a ovest, gettando una rapida occhiata ad altre due mappe: quella dell\u2019Unione Europea e quella della Nato, che hanno conosciuto negli ultimi decenni una significativa espansione verso Est. La prima \u2013 l\u2019Ue \u2013 \u00e8 stata letteralmente stravolta tra il 2004 e il 2013 dall\u2019adesione dei paesi dell\u2019Europa centro-orientale e balcanica, un tempo vassalli dell\u2019URSS. Dopo l\u2019ingresso di Finlandia e Svezia nel 1995, vi aderirono infatti (guardando solo a est) nel 2004 Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, Slovenia; nel 2007 Bulgaria e Romania; e nel 2013 la Croazia, con la prospettiva di una futura inclusione di altri paesi balcanici quali la Macedonia del nord, il Montenegro, l\u2019Albania, la Serbia, il Kosovo e la Bosnia Erzegovina, oltre che della Turchia (un caso complicatissimo, soprattutto dopo la virata autoritaria e islamista di Erdogan nel 2016).<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/511d9006-3efc-428f-9549-1634cc4a4148-ue.png\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Quanto alla seconda \u2013 la Nato, l\u2019Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, creata nel 1949 come alleanza \u201cdifensiva collettiva\u201d&nbsp;e di collaborazione militare e contrapposta dal 1955 al gi\u00e0 citato Patto di Varsavia \u2013 basta soltanto ricordare che vi appartengono oggi 30 paesi. A parte Stati Uniti e Canada, a cui si deve aggiungere \u2013 dettaglio importante \u2013 la Turchia, si tratta di fatto dell\u2019intera Europa occidentale, centrale, orientale, settentrionale, meridionale e balcanica, con l\u2019eccezione della Finlandia (sull\u2019immenso confine russo) e della Svezia, paesi neutrali. Gli ex paesi satelliti dell\u2019URSS&nbsp;cominciarono a entrarvi nel 1990 (ex Repubblica democratica tedesca), seguiti nel 1999 da Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca; nel 2004 da Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Slovenia; nel 2009 da Croazia e Albania; nel 2017 dal Montenegro; e nel 2020 dalla Macedonia del Nord.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/9958a989-9011-47dd-8ffa-3196e1de5c1f-nato-2022.png\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>\u00c8 in questo scenario esplosivo di frammentazione, di scarso sviluppo economico, di disagio sociale e di accerchiamento internazionale \u2013 a tutti i livelli, insomma, estremamente problematico \u2013 che si sono mossi i leader post-sovietici: prima Boris Eltsin, presidente della Federazione russa dal 1991 al 1999, e poi soprattutto Vladimir Putin, ininterrottamente al potere dal 1999 a oggi, alternativamente come presidente e come primo ministro della Russia. Si trattava di uno scenario da paranoia per una ex grandissima potenza stretta in una morsa autocratica e oggi forse ridotta \u2013 come ha scritto Paul Krugman sul \u201cNew York Times\u201d&nbsp;del 1\u00b0 marzo 2022 \u2013 a una&nbsp;<em>Potemkin Superpower<\/em>. Con un Pil \u2013 per citare un unico dato della Banca mondiale relativo al 2020 \u2013 inferiore a quello di paesi come l\u2019Italia e la Francia. Ma con un arsenale nucleare da fine del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 su questa linea di orizzonte che si possono comprendere \u2013 non certo giustificare \u2013 la guerra tra Russia e Georgia nel 2008 per l\u2019Ossezia del Sud e l\u2019Abkhazia e poi soprattutto la grave crisi russo-ucraina del 2013-2014, cui abbiamo gi\u00e0 dedicato un altro&nbsp;<a href=\"https:\/\/aulalettere.scuola.zanichelli.it\/storia-di-oggi\/la-crisi-in-ucraina-articolo-completo\/\">articolo<\/a>, conclusasi alla fine con l\u2019annessione russa della Crimea.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella crisi, gravissima ma certo assai meno devastante di quella attuale, era stata attivata da un\u2019ondata di colossali manifestazioni democratiche contro gli oligarchi filorussi al potere, che da Maidan, la \u201cpiazza\u201d&nbsp;di Kiev, rivendicavano un cambio di regime e un risoluto avvicinamento del paese all\u2019Europa. Quasi subito infiltrata da elementi nazionalisti ucraini \u2013 al tempo stesso antirussi e antieuropei \u2013 la protesta doveva per\u00f2 assumere un profilo diverso, con un improvviso spostamento dell\u2019epicentro della crisi da Kiev alla Crimea, dove la popolazione \u00e8 in grande maggioranza russa e, soprattutto, dove era ed \u00e8 di stanza la flotta militare russa del Mar Nero. Il risultato fu che tra il febbraio e il marzo del 2014, con il sostegno degli elementi locali filorussi, la Russia, con i propri militari, ha incorporato la Crimea e Sebastopoli nella Federazione russa. Un atto condotto in spregio di tutti gli accordi \u2013 compresi quelli istitutivi della Csi&nbsp;\u2013 e non riconosciuto dalla comunit\u00e0 internazionale. Sul terreno rimaneva altres\u00ec aperta la questione delle due repubbliche indipendentiste del Donbass \u2013 Doneck e Lugansk \u2013 a nord est della Crimea, autoproclamatesi indipendenti nell\u2019aprile del 2014, senza alcun riconoscimento internazionale, e teatro da allora di uno strisciante conflitto tra ucraini, milizie filorusse e militari russi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>La guerra, i suoi primi sviluppi, le prospettive<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>\u00c8 proprio da qui che \u00e8 improvvisamente iniziato l\u2019attuale e ben pi\u00f9 devastante conflitto russo-ucraino. Il suo atto iniziale \u00e8 stato il riconoscimento ufficiale dell\u2019indipendenza delle due repubbliche da parte di Putin il 21 febbraio 2022. A&nbsp;esso doveva seguire, all\u2019alba del 24 febbraio, tra la sorpresa e la costernazione di tutto il mondo, l\u2019inizio dell\u2019invasione vera e propria del territorio ucraino, con sbandierate ma solo retoriche finalit\u00e0 di&nbsp;<em>peacekeeping<\/em>&nbsp;nel Donbass conteso. L\u2019invasione, tuttavia, non doveva partire soltanto da est, e cio\u00e8 dai territori della Federazione contigui alle due repubbliche secessioniste. Ma anche da nord, dalla Bielorussia, e da sud, dalla Crimea, con l\u2019impiego di circa 200.000 soldati e un impressionante dispiegamento di mezzi militari, mai visto in Europa dopo il 1945. Nulla, quindi, di anche solo lontanamente paragonabile alla guerra in Cecenia, in Georgia e nella stessa Crimea del 2014.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/d995fb25-b617-48e6-a2c2-2157f211a3c1-crimea.png\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina ha fatto e sta facendo danni enormi. Sta mietendo un gran numero di morti tra i civili e i militari (anche russi), migliaia e forse decine di migliaia, uccisi strada per strada, con missili, bombe a grappolo e termobariche. Sta riducendo villaggi e citt\u00e0 intere, ospedali, asili, scuole e luoghi simbolici in un cumulo di macerie. Sta disarticolando l\u2019intero paese. Sta generando una pesantissima crisi umanitaria ed esodi di massa della popolazione \u2013 si calcola per ora circa un milione di profughi \u2013 verso i paesi europei pi\u00f9 vicini. Sta evocando scenari apocalittici di guerra generale \u2013 europea e mondiale \u2013 senza l\u2019esclusione del ricorso agli armamenti nucleari. Sta mettendo in moto i tribunali internazionali per crimini di guerra e contro l\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Da quel che si pu\u00f2 capire, al di l\u00e0 di bombardamenti relativamente isolati (per es. Leopoli), \u00e8 l\u2019intera Ucraina da nord-nord est (Kiev, Chernihiv, Kharkiv), da sud-est (Mariupol) e da sud (Kherson) a essere caduta nella morsa dell\u2019esercito russo, che continua ad avanzare. Le notizie sono tuttavia troppe ed estremamente confuse, e circolano dappertutto, talora senza controllo e talora costruite ad arte per ragioni di propaganda e di contro-informazione. Conviene seguirle giorno per giorno, nella misura del possibile, sui quotidiani e i telegiornali. Di certo, invece che pacificare il Donbass, le armate russe stanno incendiando l\u2019intero paese e forse anche la pace mondiale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/d1poeookzzaes9.cloudfront.net\/9881663e-6896-4457-b782-4b02f419740c-nlel-22-27.jpeg\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Per il resto, il dato cruciale \u00e8 che la&nbsp;<em>Potemkin Superpower<\/em>, a una settimana dall\u2019inizio dell\u2019aggressione, non ha sfondato. Se contava su ci\u00f2 a cui aspirano tutti gli aggressori, un&nbsp;<em>Blitzkrieg<\/em>&nbsp;\u2013 la guerra lampo, che riesce invero assai raramente \u2013 per ora ha fallito e il tempo gioca minuto per minuto a suo svantaggio. La resistenza ucraina \u00e8 andata crescendo enormemente di intensit\u00e0, sotto la guida del presidente Volodymyr Zelenski, che \u00e8 diventato ormai un\u2019icona mondiale. Nella stessa Russia il malcontento si sta generalizzando, in una spirale interminabile di proteste, arresti e repressione. Anche Stati Uniti ed Europa, senza per fortuna cedere alle sirene dello scontro e manifestando una dose rilevante di \u201cmoderazione strategica\u201d, hanno agito in modo coordinato, infliggendo pesantissime sanzioni economiche alla Russia e anche personalmente ai suoi oligarchi, con lo scopo esplicito di strangolare l\u2019aggressore e provocare un cambio di regime a Mosca. Senza rinunciare a pattugliare per terra e nei cieli i confini dell\u2019Europa e a inviare armi agli insorti ucraini. La Cina, sia pure ambiguamente, sta a guardare, ma ha manifestato una gelida freddezza nei confronti dell\u2019azione di Putin. Il voto di condanna della guerra all\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite (2 marzo) \u00e8 stato infatti quasi un plebiscito contro Putin: 141 paesi hanno votato a favore, solo cinque&nbsp;si sono rifiutati di farlo (la stessa Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, la Siria e l\u2019Eritrea) e 35 \u2013 tra cui la Cina \u2013 si sono astenuti. Le piazze pacifiste e le stesse piazze affari si sono rivoltate. Persino Anonymous ha giurato di scatenare la furia di tutti gli&nbsp;<em>hackers<\/em>&nbsp;del mondo contro Putin, probabilmente infliggendo gi\u00e0 qualche danno, nella dimensione cruciale della&nbsp;<em>cyberwar&nbsp;<\/em>(di cui peraltro i russi sono maestri), agli apparati di sicurezza e alle infrastrutture di Mosca.<\/p>\n\n\n\n<p>Si dovr\u00e0 dunque vedere e capire come procederanno i negoziati e le trattative diplomatiche, tra i due contendenti e pi\u00f9 in generale nella comunit\u00e0 internazionale. Purtroppo, mentre le persone continuano a morire. Il primo round si \u00e8 svolto a Gomel, in Bielorussia, il 1\u00b0 marzo 2022 e si \u00e8 risolto in un nulla di fatto. Il secondo si sta svolgendo in queste ore (3 marzo) e lascia forse intravedere qualche spiraglio da parte russa, almeno in termini di apertura di corridoi umanitari per i civili in fuga dalla guerra. Staremo a vedere.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimangono aperte due domande centrali, a cui \u00e8 pressoch\u00e9 impossibile rispondere in modo chiaro almeno per il momento. Vale per\u00f2 la pena almeno di formularle.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima domanda \u00e8: perch\u00e9 Putin ha deciso di scatenare proprio adesso una guerra del genere e con quali obiettivi? La progettava da anni, come si \u00e8 pi\u00f9 volte ripetuto in questi giorni? Oppure da qualche settimana, come verrebbe da dire vedendo mezzi corazzati senza benzina, soldati ventenni convinti di fare esercitazioni e che si trovano in mezzo a una guerra vera, ecc.? A quale presunta minaccia imminente egli ha voluto rispondere? Per mettere in sicurezza (da cosa esattamente?) la Crimea, la repubblica di Doneck e quella di Lugansk? Per spegnere la guerra civile strisciante che effettivamente tormenta quella parte di Ucraina, a costo per\u00f2 di accendere una ben pi\u00f9 ampia e brutale guerra civile in tutto il paese? Difficile crederlo. Per impedire, allora, l\u2019ingresso dell\u2019Ucraina nell\u2019Ue e addirittura nella Nato, vale a dire due cose che non sono affatto all\u2019ordine del giorno e che Ue e Nato&nbsp;non vogliono per ora nemmeno sentir dire? Per conquistare militarmente l\u2019Ucraina, impantanandosi in una probabile guerra decennale o ventennale sul tipo dell\u2019Afghanistan? Per lanciare un monito a Finlandia e Svezia circa l\u2019ipotesi di un loro ingresso nella Nato&nbsp;(che in effetti \u2013 ma&nbsp;<em>dopo<\/em>l\u2019inizio della guerra \u2013 si stanno orientando proprio in quel senso)? Oppure alla Georgia, che proprio oggi infatti \u2013 dunque sempre&nbsp;<em>dopo<\/em>&nbsp;l\u2019inizio della guerra \u2013 ha chiesto di aderire all\u2019Ue (pare seguita nei prossimi giorni dalla Moldova)? Per separare USA e Ue e poi gli stessi paesi europei nel momento critico della faticosa uscita da due anni di pandemia? Per rinegoziare nientemeno che il sistema di sicurezza europeo e mondiale dopo l\u2019umiliazione del tracollo dell\u2019URSS&nbsp;e l\u2019allargamento a est di Ue e Nato, come se quel tracollo e quell\u2019allargamento non ci fossero mai stati e non fossero stati il frutto di una libera scelta? Sono tutte ipotesi possibili. Ma \u00e8 davvero difficile credere che un&nbsp;<em>Realpolitiker<\/em>&nbsp;del calibro di Putin, ben attento ai reali rapporti di forza, possa davvero ragionare in questi termini, se non in una azzardatissima partita di poker da ultimi giorni. Se queste sono le ipotesi in campo, forse non stiamo pi\u00f9 parlando dello stesso Putin di un tempo. \u00c8 pi\u00f9 probabile invece \u2013 e ci sono illustri precedenti in tal senso \u2013 che sulla decisione della guerra abbiano influito pesantemente l\u2019isolamento del leader \u2013 dannazione tipica di tutti governi autocratici, visivamente restituita dalle poche apparizioni Tv&nbsp;del capo a nove&nbsp;metri dai suoi pochissimi fedeli \u2013 e soprattutto la volont\u00e0 di tenere insieme un regime e un sistema di potere interno ormai scricchiolanti con la ricerca del prestigio all\u2019estero. Che l\u2019operazione sia riuscita pi\u00f9 volte nella storia non significa che debba riuscire sempre. Anzi.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda domanda \u00e8: che cosa succeder\u00e0 dunque? \u00c8 possibile e ovviamente auspicabile che il conflitto russo-ucraino si fermi subito e del tutto, ridando la parola alla diplomazia, come chiedono le piazze pacifiste di tutto il pianeta e, con qualche eccezione, il preoccupatissimo mondo dell\u2019economia globale. \u00c8 altrettanto possibile \u2013 e gi\u00e0 meno auspicabile \u2013 che esso si trasformi, dopo l\u2019urto inziale, in una logorante guerra di occupazione del tipo di quelle che l\u2019Unione Sovietica e gli Stati Uniti hanno gi\u00e0 assaggiato in Afghanistan rispettivamente nel 1979-1987 e nel 2001-2021, uscendone sconfitte. \u00c8 tuttavia anche possibile \u2013 sempre al netto di qualche incidente irrimediabile che risolva tutto in un colpo solo \u2013 che l\u2019Ucraina, alle porte dell\u2019Europa, diventi e rimanga per lungo tempo la pedina di un gioco assai pi\u00f9 grande e pericoloso per la pace mondiale, che coinvolga cio\u00e8 Europa e Stati Uniti e forse la Cina in una deflagrazione pi\u00f9 generale. Non si possono certo fare previsioni, anche perch\u00e9 i regimi autocratici, come quello russo, agiscono su questo terreno in modo del tutto imprevedibile, soprattutto se messi alle strette, suscitando alla fine reazioni estreme.<\/p>\n\n\n\n<p>Per ora, limitiamoci amaramente a registrare che, come era gi\u00e0 successo circa un secolo fa con il primo conflitto mondiale e con la pandemia di spagnola, malattie e guerre \u2013 due flagelli che hanno accompagnato l\u2019intera storia del genere umano \u2013 sono tornati a farci una triste compagnia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una breve premessa \u00c8 sempre estremamente difficile raccontare e analizzare i fatti che si svolgono sotto i nostri occhi. 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