La National Security Strategy di Donald Trump (2025)

Nel novembre 2025 è stata pubblicata sul sito della Casa Bianca la nuova National Security Strategy of the United States of America (NSS). Si tratta di un documento importante, anche se di carattere molto generale. Esso, infatti, definisce le linee fondamentali della politica estera, di difesa e di sicurezza degli Stati Uniti, offrendo un quadro complessivo e coerente della visione e dei programmi della seconda presidenza di Donald Trump: un quadro molto più chiaro di quello che emerge giorno per giorno dalle provocatorie, ondivaghe e talora schizofreniche dichiarazioni del presidente nei consessi internazionali, nei briefing dalla Casa Bianca o dall’Air Force One, in televisione e sugli organi di stampa, su Truth e altrove. È qui, dunque, che bisogna guardare per cercare di comprendere meglio in quale direzione si stanno effettivamente muovendo gli Stati Uniti al proprio interno e nel mondo. 

Molti passaggi di questo documento riprendono la NSS che Trump aveva già pubblicato nel 2017, pochi mesi dopo l’inizio del suo primo mandato presidenziale (2017-2021). I suoi due principi fondamentali sono infatti gli stessi di allora. Il primo è il ben noto «America First», il mantra con il quale Trump ha vinto per due volte le elezioni presidenziali, nel 2016 e poi nel 2024. Il secondo è quello – anch’esso più volte ribadito – della «pace attraverso la forza» (peace through strenght), contrapposto più o meno esplicitamente all’idea della pace attraverso il diritto (peace through law). Identica è anche la relazione tra i due principi: soltanto un’America prospera economicamente e forte sul piano politico e militare – si legge ripetutamente nelle NSS del 2017 e del 2025 – può garantire la pace e l’ordine internazionale in un mondo diventato ormai estremamente «competitivo» e «minaccioso» e in cui contano soltanto la forza e il potere.

Come vedremo, tuttavia, la seconda NSS va ben oltre la prima e rende ancor più evidente il radicale mutamento di rotta che Trump ha impresso alla politica estera Usa rispetto alle due presidenze di Barack Obama (2009-2017) e poi di Joe Biden (2021-2025), entrambe ancora saldamente ancorate all’idea di un «ordine internazionale basato sulle regole» (rules-based).

Leggendola con attenzione – si deve aggiungere – si comprendono meglio alcuni presupposti delle politiche che Trump ha già messo in atto nei primi mesi del suo secondo mandato, soprattutto in relazione alla guerra russo-ucraina e all’esplosiva situazione di Gaza e del Medio Oriente. Non solo. Si comprendono meglio anche le ragioni dei turbolentissimi eventi di queste ultime settimane. Tra i più eclatanti: lo spettacolare blitz delle forze speciali Usa che il 3 gennaio ha portato alla cattura e all’arresto del leader venezuelano Nicolás Maduro a Caracas; le minacce continue rivolte da Trump ad altri paesi del «cortile di casa» (l’America Latina) quali Panama, la Colombia, Cuba e il Messico; la sua aggressività sulla Groenlandia e verso l’Europa; il suo atteggiamento prima estremamente aggressivo e poi assai più cauto nei confronti del regime teocratico iraniano, responsabile di una violentissima repressione del proprio popolo che ha fatto ormai migliaia di vittime; le durissime politiche anti-immigrazione messe in campo soprattutto attraverso l’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, al prezzo di gravissimi incidenti e di tensioni sempre più acute e dilaganti nel paese; e da ultimo, il 22 gennaio, il lancio ufficiale del cosiddetto «Board of Peace» per Gaza. Un Board, forse, non soltanto per Gaza ma per qualcosa di più generale e impegnativo: una specie di coalizione di volenterosi per la pace, che dovrebbe operare con ma anche oltre le Nazioni Unite.

È ben possibile che alcune delle azioni che Trump sta conducendo sulla base di questi principi sortiscano effetti positivi. Di certo, però, esse stanno mettendo radicalmente ed esplicitamente in discussione i fondamenti stessi del cosiddetto «ordine internazionale liberale», garantito per molti decenni proprio dagli Usa, contribuendo a rendere il mondo decisamente più instabile e pericoloso di quanto già non sia. Se viene infatti a cadere l’ideale stesso di quell’ordine (invero mai del tutto realizzato), ci attende un problematico ritorno alle due crude alternative che le relazioni internazionali hanno già più volte sperimentato nel corso della storia: da un lato, la prospettiva di un ordine egemonicogovernato da una grande potenza dominante, che di regola non può reggere per lungo tempo; dall’altro, quella di un problematico equilibrio tra le grandi potenze, che funziona soltanto fino a quando non cambiano – come sempre accade – i loro rapporti di forza.

Niente di buono all’orizzonte, dunque. Si sta aprendo, con ogni probabilità, una lunga stagione di disordine internazionale, di instabilità e forse anche di nuove guerre. E cosa potrebbe derivarne non è affatto chiaro.

Le NSS: un po’ di storia

La National Security Strategy è il più importante documento pubblicato periodicamente dall’amministrazione USA in materia di politica estera, difesa e sicurezza. Non è l’unico, naturalmente. Accanto a esso vi sono la National Defense Strategy (NDS), la National Military Strategy (NMS) e un’altra articolata serie di documenti relativi all’intelligence, all’antiterrorismo, alla cybersecurity, al dominio dello spazio, alla deterrenza nucleare, alla sicurezza interna e alle posizioni da assumere in differenti scenari regionali. Gran parte di questi documenti è «classificata»: è cioè coperta in varia misura dal segreto di Stato. La NSS è invece un documento per lo più pubblico, volutamente poco dettagliato e operativo, che il Presidente trasmette al Congresso per illustrare (e comunicare all’esterno) la sua visione delle minacce e delle sfide che il paese deve affrontare, per chiarire le priorità della sua politica estera, di difesa e di sicurezza e per indicare i mezzi atti a sostenerle. 

La storia di questa particolare fattispecie di documento presidenziale è iniziata nella seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso con il Goldwater-Nichols Department of Defense Reorganization Act del 1986: un’importante riforma che razionalizzava e rafforzava il coordinamento delle diverse forze armate statunitensi (esercito, marina, aereonautica, marines, etc.) e, al tempo stesso, il loro rapporto con il potere civile, in particolare con il Presidente, il Segretario alla Difesa e il Consiglio di Sicurezza Nazionale. Con essa diventava centrale la figura del Chairman del Joint Chiefs of Staff (CJCS), vale dire del Presidente del comitato congiunto dei capi dello Stato Maggiore delle forze armate Usa: una figura che era stata istituita dal presidente Harry Truman nel 1947, ma con funzioni di mero coordinamento interforze. Con la riforma del 1986 il CJCS – il più alto ufficiale in carica del paese (oggi è il generale dell’aereonautica Dan Caine) – è diventato invece il principale consigliere militare del Presidente Usa nella definizione delle linee strategiche delle politiche di difesa, pur senza esercitare alcun comando operativo diretto. Sempre nell’ottica di rafforzare il controllo civile e politico sulle forze armate, la riforma del 1986 ha fissato l’obbligo per il Presidente di presentare «ogni anno» al Congresso un report – la NSS, appunto – che indicasse «gli interessi, gli obiettivi e i fini globali degli Stati Uniti vitali per la sicurezza nazionale del Paese». Non un documento operativo, ma d’indirizzo strategico. 

Le prime due NSS furono trasmesse al Congresso da Ronald Reagan (1981-1989) rispettivamente nel 1987 e nel 1988. Il repubblicano George H.W. Bush (1989-1993) ne presentò tre: nel 1990, nel 1991 e nel 1993. Il democratico Bill Clinton (1993-2001) ben sette, una per anno dal 1994 al 2000. A partire dalla presidenza del repubblicano George W. Bush (2001-2009), l’elaborazione e la presentazione al Congresso delle NSS divennero meno regolari. Bush ne pubblicò soltanto due, la prima nel 2002 e la seconda nel 2006. E così anche il suo successore, il democratico Barack Obama (2009-2017): la prima nel 2010 e la seconda nel 2015. Al suo primo mandato, Donald Trump (2017-2021) ne presentò una soltanto, nel 2017, l’anno del suo insediamento alla Casa Bianca. Lo stesso fece il democratico Joe Biden (2021-2025), che rese pubblica la sua NSS nel 2022. Come già detto, è di poche settimane fa – novembre 2025 – la nuova NSS di Trump al suo secondo mandato, iniziato il 20 gennaio 2025, poco più di un anno fa.

Grazie al Department of Defense Reorganization Act del 1986, oggi abbiamo dunque a disposizione 19 importanti documenti (reperibili in Rete) strutturati in modo molto simile che ci permettono di ricostruire e mettere a confronto le visioni strategiche dei presidenti degli Stati Uniti negli ultimi quattro vorticosi decenni. 

Possiamo così rileggere, attraverso le NSS di Reagan e Bush padre, gli scampoli finali della Guerra fredda e gli effetti del venir meno della minaccia esistenziale dell’Unione Sovietica. Possiamo ricostruire, attraverso le NSS dello stesso Bush padre e poi di Clinton, le illusioni e poi le contraddizioni del cosiddetto «momento unipolare», immaginato (da Bush) come l’inizio di un sia pur problematico «nuovo ordine mondiale» a guida Usa e poi precipitato (nonostante l’ottimismo liberale di Clinton) in un sempre più pericoloso disordine internazionale, costellato da guerre e violenze di ogni genere in svariate parti del mondo: ex Jugoslavia, Cecenia, Rwanda, Somalia, per citare solo le maggiori. Possiamo quindi concentrarci sul grande trauma degli attentati del 11 settembre 2001, che hanno ispirato la più celebre delle NSS, quella di Bush figlio, pubblicata nel 2002: un documento che metteva in soffitta il multilateralismo e lo stesso diritto internazionale, teorizzando la necessità della «guerra preventiva» contro ogni potenziale minaccia, anche non imminente, proveniente da «Stati canaglia» e gruppi terroristici, assieme alla cosiddetta «esportazione della democrazia» (da qui le guerre infinite in Afghanistan e in Iraq). E possiamo ancora ricostruire, attraverso le NSS di Obama, il ritorno degli Usa alla «moderazione strategica», al multilateralismo, all’idea di un ordine internazionale «basato sulle regole» e orientato alla sicurezza e alla prosperità globale sotto la leadership americana, nonostante il persistere della minaccia del terrorismo e l’emergere di grandi e sempre più potenti competitor: la Russia e soprattutto la Cina. 

Si arriva così alle ultime tre NSS: quella della prima presidenza Trump (2017), quella di Joe Biden (2022) e poi ancora quella di Trump II (2025). La prima ha segnato una netta rottura con la storia della politica estera e di sicurezza USA dopo la Guerra fredda. La seconda ha tentato di mettere tra parentesi quella rottura e di ricollegarsi, sia pure con qualche variante, alla tradizione dell’internazionalismo liberale. La terza ha invece posto una vera e propria pietra tombale su quella tradizione. Lo dimostra, proprio in queste settimane, il passaggio dalle parole ai fatti.

La prima NSS di Trump (2017)

«Il popolo americano mi ha eletto per rendere di nuovo grande l’America»: esordisce con queste parole la prima NSS di Trump. Come? È spiegato in estrema sintesi subito dopo: rivitalizzando l’economia nazionale, ricostruendo e rafforzando la potenza militare Usa, difendendo i nostri confini, proteggendo la nostra sovranità e promuovendo i nostri valori in un mondo diventato ormai un’arena «estremamente pericolosa» e «competitiva». Un’arena in cui operano «Stati canaglia» (in particolare Corea del Nord e Iran), pericolosissimi gruppi terroristici islamici radicali (l’Isis e Al Qaeda) e cartelli criminali, e soprattutto grandi potenze rivali che minacciano aggressivamente gli interessi americani sul piano economico e anche su quello della forza militare (la Russia e specialmente la Cina), destabilizzando il mondo intero. Un’America debole – questo il nucleo della NSS – non può garantire alcun ordine internazionale, che è infatti a rischio. Un’America prospera e sicura, invece, può «preservare la pace attraverso la forza» e promuovere un «equilibrio di potere» (balance of power) che sia favorevole agli Usa, ai loro alleati e ai loro partner. Il tutto – questa la «splendida visione» di Trump – in «un mondo di nazioni forti, sovrane e indipendenti, ciascuna con la propria cultura e i propri sogni, che crescono fianco a fianco nella prosperità, nella libertà e nella pace». 

La NSS del 2017, ben più lunga di quella del 2025 (68 pagine), si articola in un’introduzione, in quattro capitoli che definiscono i «pilastri» della strategia di sicurezza americana, in una sezione finale dedicata alle priorità e alle politiche regionali e in una breve conclusione. 

Il suo punto di partenza è una professione di fede in un «realismo basato sui principi (principled realism), guidato dai risultati e non dall’ideologia». Il suo assunto di fondo è la «convinzione che la pace, la sicurezza e la prosperità dipendano da nazioni forti e sovrane che rispettino i propri cittadini e cooperino per promuovere la pace all’estero». Essa prosegue poi – ed è una premessa importante – con una vera e propria esaltazione dei «principi americani»: il potere irresistibile del «popolo» e la sua libertà, garantita dalla separazione dei poteri, dal governo limitato e dallo Stato di diritto. Tali principi, si legge, rappresentano «una forza duratura per il bene nel mondo» e hanno fatto dell’America «una delle più grandi forze positive della storia». È grazie a questi principi che gli Stati Uniti hanno posto fine alla schiavitù attraverso una terribile guerra civile, lottato per estendere diritti uguali a tutti gli americani, combattuto due guerre mondiali, sconfitto il fascismo, plasmato l’ordine post-bellico attraverso le Nazioni Unite, il Piano Marshall e la NATO, e infine trionfato sul comunismo sovietico.

È proprio con la fine della Guerra fredda – continua la NSS – che sono però iniziati i problemi. Gli Usa sono rimasti l’unica superpotenza ed è iniziata un’epoca di autoipnotico «compiacimento». Molti si convinsero allora che il potere americano sarebbe rimasto incontrastato e autosufficiente. Troppo fiduciosi in se stessi e nel proprio primato, gli Usa hanno così cominciato a perdere terreno, cedendo i propri vantaggi in settori chiave ad altri attori che lavoravano sottotraccia e a lungo termine per sfidarli, sfruttando le istituzioni internazionali, sovvenzionando le proprie industrie, imponendo massicci trasferimenti di tecnologia e distorcendo così i mercati. In tal modo, questi attori – la Cina in primis – hanno messo a repentaglio la sicurezza economica degli Stati Uniti. E ciò, proprio mentre in America tasse e regolamenti ingabbiavano e indebolivano la libertà di impresa e l’innovazione. 

Il risultato è che il paese si è risvegliato all’improvviso in un mondo competitivo e instabile, in cui operano forze malevole: in primo luogo, grandi potenze come la Cina e la Russia, che «sfidano il potere, l’influenza e gli interessi americani, tentando di minare la sicurezza e la prosperità degli Stati Uniti»; in secondo luogo, Stati canaglia dispotici come la Corea del Nord e l’Iran, che «destabilizzano intere regioni, minacciano gli americani e i loro alleati e brutalizzano i propri popoli»; in terzo luogo, pericolosi gruppi criminali transnazionali (dai terroristi jihadisti alle grandi organizzazioni del narcotraffico) «che stanno attivamente cercando di danneggiare gli americani». 

Si tratta naturalmente – si legge nella NSS – di sfide di diversa natura e portata. Si tratta, però, di sfide assai pericolose. È vero infatti – prosegue la NSS – che l’esercito americano rimane il più forte del mondo. Il suo vantaggio, però si sta riducendo in misura rilevante. Da un lato, perché gli attori più forti stanno attrezzando arsenali missilistici sempre più avanzati in grado di colpire direttamente il territorio degli Usa. Da un altro lato, perché anche gli attori meno forti possono contare su un facile accesso alla tecnologia che permette di costruire a basso costo armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e biologiche) estremamente dannose. E da un altro lato ancora, perché tutti questi attori «sono diventati abili nell’operare al di sotto della soglia del conflitto militare» e possono minacciare gli Stati Uniti e i loro partner con azioni ostili mascherate». Grosso modo, è quella che oggi chiamiamo «guerra ibrida», in cui gioca un ruolo essenziale anche il controllo e la manipolazione delle informazioni.

Di fronte alla complessità di queste sfide – ecco la conclusione – gli Usa devono dunque «ripensare le politiche degli ultimi due decenni». Esse erano «basate sul presupposto che il dialogo con i rivali e la loro inclusione nelle istituzioni internazionali e nel commercio globale li avrebbe trasformati in attori benigni e partner affidabili». Nella maggior parte dei casi, tuttavia, «questa premessa si è rivelata falsa». La verità – recita la NSS – è che «quando l’America non è leader, attori maligni riempiono il vuoto a svantaggio degli Stati Uniti. Quando invece l’America è leader, da una posizione di forza e fiducia e in accordo con i nostri interessi e valori, tutti ne traggono beneficio». È solo così che si scoraggia la guerra e si promuove la pace

Per muoversi in questa direzione – dopo l’analisi, ecco la ricetta della NSS – gli Stati Uniti devono salvaguardare a ogni costo quattro «interessi nazionali vitali». Devono «proteggere il popolo americano, la patria e lo stile di vita americano», «promuovere la prosperità americana», «preservare la pace attraverso la forza» e ancora «favorire l’influenza americana nel mondo». Sono questi i quattro pilastri della NSS del 2017.

Per «proteggere il popolo americano, la patria e lo stile di vita americano» – è il primo pilastro – la NSS prevede anzitutto un rigido controllo delle frontiere e il contrasto all’immigrazione illegale, una delle principali ossessioni delle due presidenze Trump. Altrettanto importante è la difesa delle infrastrutture critiche – reti energetiche, trasporti, telecomunicazioni, sanità, sistemi bancari e finanziari, sedi governative, istituzionali e militari – da attacchi informatici che sono ormai in grado di infliggere danni severi alla sicurezza e all’ordine sociale. Essenziale, poi, è il rafforzamento della difesa missilistica, per proteggere il territorio degli Stati Uniti dalla minaccia proveniente soprattutto da paesi come la Corea del Nord e l’Iran, senza che questo vada a intaccare equilibri strategici di lunga data con la Russia e la Cina. Accanto alla lotta contro la proliferazione di armi di distruzione di massa, sono infine cruciali le politiche contro il terrorismo e gli Stati e i finanziatori che lo sostengono. Esse vanno realizzate anche in via preventiva e fuori dai confini nazionali e accompagnate da misure che combattano la radicalizzazione e il reclutamento nelle comunità residenti negli Usa.

«Promuovere la prosperità americana» – è il secondo pilastro della NSS – equivale a invertire la rotta impressa all’economia Usa negli ultimi decenni in nome di quell’ottimismo ingenuo e dannoso che scommette sul fatto che il libero mercato porti con sé la democrazia e che il primo e la seconda generino a loro volta la cooperazione e la pace. Significa quindi rilanciare l’economia nazionale a beneficio dei lavoratori e delle aziende Usa, che hanno delocalizzato sistematicamente la produzione a vantaggio di altri paesi e a detrimento dei livelli occupazionali americani. Significa poi difendere a tutti i costi la proprietà intellettuale. Significa ancora – da qui l’ossessione dei dazi – ristabilire rapporti commerciali equi e reciproci contro le dilaganti «pratiche sleali» dei molti competitor degli Stati Uniti e dei loro stessi partner. Decisivi, infine, sono il progresso nella ricerca tecnologica e di base e lo sfruttamento (anche a suon di trivelle) delle immense risorse energetiche americane. 

«Preservare la pace attraverso la forza» – è il terzo pilastro – implica prendere atto una volta per tutte, con il necessario realismo, che «la continuità centrale nella storia è la lotta per il potere». In queste pagine la NSS ripete ancora una volta che i rivali degli USA sono anzitutto le «potenze revisioniste», Cina e Russia; gli «Stati canaglia», Iran e Corea del Nord; e le «organizzazioni criminali transnazionali», in particolare (ma non solo) i gruppi terroristici jihadisti. Per contrastare tali rivali sono necessarie misure drastiche sul piano militare, politico ed economico. È indispensabile anzitutto potenziare e riorganizzare le forze armate, le quali devono essere in grado di scoraggiare gli avversari e, se necessario, sconfiggerli. È indispensabile una rinnovata deterrenza nucleare, a cui devono aggiungersi il dominio dello spazio e del cyberspazio, particolarmente importante in un’epoca in cui le minacce si collocano sempre più spesso sotto la soglia dello scontro militare e si manifestano attraverso pervasivi attacchi di tipo informatico. È indispensabile, ancora, rafforzare l’intelligence e l’industria della difesa con adeguati investimenti. È indispensabile, inoltre, sviluppare una «diplomazia competitiva», che faccia leva anche sulla «diplomazia economica», prevedendo una vasta gamma di sanzioni per chi sfida a qualsiasi livello gli Stati Uniti. È indispensabile, infine, stabilire un rapporto più stretto con gli alleati e i partner degli Usa. Essi, nello schema di Trump, sono dei «moltiplicatori di potenza», che devono tuttavia assumersi «una parte equa dell’onere della responsabilità di proteggersi dalle minacce comuni». 

Per «promuovere l’influenza americana nel mondo» – è il quarto pilastro della NSS – gli Usa devono infine impegnarsi ad aiutare i paesi fragili e in via di sviluppo a diventare «società di successo», prospere e possibilmente democratiche. Società di questo genere, infatti, creano mercati redditizi per le imprese americane e possono allo stesso tempo diventare alleate affidabili degli Usa, con i quali condividere i vantaggi e gli oneri della competizione economica e politica mondiale. Anche Cina e Russia– specifica la NSS – stanno espandendo la propria influenza nel mondo. Ma lo fanno con investimenti diretti dallo Stato, che promuovono forme di vera e propria dipendenza e sudditanza. Gli Usa, invece, orientano le loro politiche di assistenza all’obiettivo di porre fine alla necessità stessa di tale assistenza, offrendo la propria partnership in particolare a coloro che intendono condividere i loro valori. Il tutto, però, senza le imposizioni forzose che hanno caratterizzato la storia recente: «Siamo realistici – si legge in un passaggio del testo che ricorda da vicino alcune riflessioni di Samuel P. Huntington e del suo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996) – e comprendiamo che lo stile di vita americano non può essere imposto agli altri, né è il culmine inevitabile del progresso». Questo non toglie, però, che gli Usa dovranno assumere un ruolo propulsivo nel mondo, assumendo la leadership nelle organizzazioni multilaterali per garantire mercati liberi e aperti, la libertà dei mari e dell’esplorazione nello spazio, comunicazioni aperte e interoperabili. 

Fin qui, in sintesi, i quattro «pilastri» della NSS del 2017. Ad essi si aggiunge ancora un’ultima fondamentale sezione in cui vengono delineate le strategie che gli Usa e i loro alleati dovranno perseguire nelle diverse aree del mondo. «I cambiamenti nell’equilibrio di potere regionale – si legge infatti nel testo – possono avere conseguenze globali e minacciare gli interessi degli Stati Uniti». È dunque essenziale individuare le aree particolarmente critiche e delineare per ognuna di esse specifiche politiche di sicurezza e di difesa. 

Sono sei queste aree critiche. La NSS le presenta, sia pure implicitamente, in ordine di importanza. 

La prima è la regione dell’Indo-Pacifico, che si estende tra la costa occidentale dell’India e le coste occidentali degli Stati Uniti. Si tratta di una regione – si legge nella NSS – che rappresenta la parte più popolosa ed economicamente più dinamica del mondo e in cui è un atto una vera e propria «competizione geopolitica tra visioni libere e repressive dell’ordine mondiale». È qui (ma non solo qui) che si muove il vero e grande competitor degli Stati Uniti, la Cina, la quale – con incentivi e sanzioni, con implicite o scoperte minacce militari, con investimenti infrastrutturali e strategie commerciali di vario tipo – sta espandendo a passi da gigante la sua influenza. In particolare, i suoi sforzi per «costruire e militarizzare avamposti nel Mar Cinese Meridionale» mettono a repentaglio la libertà dei commerci in un’area strategica del pianeta, minacciano la sovranità di altre nazioni e minano la stabilità regionale. Accanto al grande competitor, vi è poi il più piccolo (ma non meno pericoloso) nemico giurato degli Stati Uniti, il regime nordcoreano, che sta accelerando i suoi programmi nucleari e missilistici. Si tratta di una «minaccia globale che richiede una risposta globale». Essa, infatti, può portare alla proliferazione di armi di distruzione di massa, non solo nell’Indo-Pacifico ma anche oltre, con il finanziamento di gruppi terroristici di ogni tipo. È a fronte di queste due minacce – Cina e Corea del Nord – che gli Stati Uniti dovranno rinsaldare i propri rapporti di cooperazione economica e militare con vecchi e nuovi alleati: la Corea del Sud, il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda, la potenza emergente dell’India e, ancora, Filippine, Thailandia, Vietnam, Indonesia, Malesia, Singapore e naturalmente Taiwan, il punto più cruciale della minaccia cinese. 

La seconda area critica è l’Europa. Oggi, questo riferimento evoca immediatamente la profonda spaccatura dei rapporti transatlantici che sta opponendo in modo sempre più aspro gli Usa e l’Ue e i paesi europei. Nella NSS del 2017 – che è in questo assai differente da quella del 2025 – le cose stanno molto diversamente. In essa, infatti, l’Europa è quel pezzo di mondo in cui si sta muovendo in modo aggressivo in special modo la Russia di Putin. «Un’Europa forte e libera – si legge nel testo – è di vitale importanza per gli Stati Uniti». Con essa l’America condivide il comune impegno per la difesa dei principi della democrazia, della libertà e dello Stato di diritto, che si è consolidato dopo la ricostruzione all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’Europa, inoltre, è «una delle regioni più prospere del mondo e il nostro partner commerciale più importante». È ai suoi danni che si è mossa la Russia con l’invasione della Georgia (nel 2008) e poi dell’Ucraina (2014). Ed è contro di essa – e la stessa credibilità dell’unità transatlantica – che Putin esibisce posture muscolari, con lo schieramento avanzato di capacità offensive e la minaccia nucleare. Altri pericoli, però, incombono sul Vecchio Continente: da un lato, la Cina, che espande le sue pratiche commerciali sleali e investe in settori chiave (infrastrutture e tecnologie sensibili); dall’altro, il terrorismo jihadista che, alimentato dall’instabilità del Medio Oriente e dell’Africa, continua a colpire svariati paesi europei, tra cui Francia, Spagna, Germania, Belgio e Regno Unito. Con toni molto diversi da quelli a cui ci siamo poi abituati, la NSS del 2017 dichiara che «gli Stati Uniti sono più sicuri quando l’Europa è prospera e stabile». Essa ribadisce l’importanza della Nato e l’impegno a onorare l’art. 5 del Trattato, riconoscendo che gli europei stanno dando un enorme contributo nella lotta contro i terroristi jihadisti in Afghanistan e nel Medio Oriente allargato e sottolineando che è anche grazie alle basi europee che gli americani possono mettere a punto operazioni globali. Seguono però, relativamente in sordina, due ritornelli che riecheggeranno in modo sempre più rumoroso negli anni a venire. Il primo è che la NATO «diventerà più forte quando tutti i membri si assumeranno maggiori responsabilità e pagheranno la loro giusta quota per proteggere i nostri interessi comuni, la nostra sovranità e i nostri valori», portando al 2% del PIL le spese per la difesa entro il 2024. Il secondo è l’appello a garantire con l’Ue e con il Regno Unito «pratiche commerciali eque e reciproche» e ad eliminare gli ostacoli alla crescita». Per il resto, la NSS del 2017 esibisce uno spirito di cooperazione transatlantica ancora rilevante. Che è andato in frantumi negli anni a seguire. 

La terza area critica è il Medio Oriente, una regione decisiva per la stabilità del mercato energetico globale. In essa – si legge – operano, in stretta connessione, i gruppi terroristici più pericolosi del mondo (l’Isis e Al Qaeda) e l’Iranteocratico, il loro principale sponsor, che tra l’altro fa grandi progressi sul terreno del nucleare e dello sviluppo di missili balistici. Gli Usa non possono più coltivare, dopo le esperienze pregresse, «aspirazioni alla trasformazione democratica» di quest’area. Ma non possono nemmeno girarsi dall’altra parte e disimpegnarsi. Un Medio Oriente moderno e aperto agli interessi Usa, infatti, è ben possibile. Molti paesi arabi, tra l’altro, stanno prendendo le distanze dell’estremismo islamico e dalla violenza e si stanno convincendo che l’Iran – e non il conflitto israelo-palestinese – è la vera causa dell’instabilità della regione. È su questo terreno che gli Usa possono promuovere la stabilità del Medio Oriente, una stabilità e un equilibrio di potere, naturalmente, che possa favorire gli interessi americani. Il che implica la neutralizzazione della «minaccia maligna» dell’Iran e un «accordo di pace globale che sia accettabile sia per gli israeliani che per i palestinesi». Due obiettivi a cui gli Stati Uniti daranno tutto il loro supporto militare, politico ed economico. Com’è poi in parte avvenuto con gli Accordi di Abramo.

La quarta area critica è l’Asia meridionale e centrale. In essa, i principali problemi per la sicurezza Usa discendono dal Pakistan (pericoloso rifugio di terroristi e potenza nucleare in minaccioso contrasto con l’India) e dall’Afghanistan(all’epoca ancora teatro della guerra iniziata all’indomani degli attentati terroristici del 2001).

La quinta è il cosiddetto «Emisfero Occidentale», dal Canada all’estremo sud dell’America Latina: una regione – si legge nella NSS – che è «sull’orlo della prosperità e della pace, fondate sulla democrazia e sullo stato di diritto». Anche qui, però, le sfide permangono. Non in Canada, con il quale gli Stati Uniti «condividono un partenariato strategico e di difesa unico nel suo genere». Ma sicuramente in una parte significativa dell’America Latina, dove sono aperte due piaghe molto profonde. La prima è quella delle organizzazioni criminali transnazionali, che destabilizzano soprattutto gli Stati dell’America centrale e gli stessi Stati Uniti con il traffico di droga attraverso le frontiere. La seconda piaga è quella degli «anacronistici» regimi autoritari di sinistra al potere in Venezuela e a Cuba, due paesi apertamente sostenuti dalle potenze ostili «non emisferiche» della Cina e della Russia con investimenti, prestiti, vendita di armi e legami militari. Disarticolare bande e cartelli criminali e isolare questi regimi avversi è – per la NSS – una delle priorità della politica di sicurezza Usa. 

La sesta area, infine, è l’Africa, un continente ricco di promesse e in strepitosa crescita, ma ancora afflitto da turbolenze politiche, instabilità e corruzione dilagante. In questa parte del mondo, le principali criticità derivano dalla minaccia letale del terrorismo jihadista e dalla presenza economica crescente, opaca ed «estrattiva» della Cina, che costituisce ormai il più grande partner commerciale del continente in alleanza con le élites corrotte locali. A farne le spese sono gli africani. Anche in questo caso, gli Usa devono ampliare i legami commerciali ed economici con i singoli paesi, cercando di andare oltre l’assistenza umanitaria e promuovendo la crescita. Al tempo stesso, devono contrastare il terrorismo, la tratta di esseri umani e il commercio illegale di armi e risorse naturali. 

Fin qui, dunque, la NSS del 2017, che ha ispirato e anticipato in vario modo le politiche di Trump durante il suo primo mandato. 

Intermezzo: la NSS di Biden (2022)

L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Usa e il suo insediamento alla Casa Bianca dopo i drammatici fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (l’assalto violento dei sostenitori di Trump al palazzo del Congresso) hanno riportato la politica estera, di sicurezza e di difesa degli Usa su binari più tradizionali, ben fissati nella NSS del nuovo presidente nell’ottobre del 2022. 

In quel documento – che non possiamo qui analizzare più dettagliatamente – Cina e Russia restavano i principali competitor strategici degli Stati Uniti (la Russia soprattutto dopo l’invasione militare dell’Ucraina nel febbraio 2022). Riemergeva tuttavia con chiarezza l’aspirazione a un ritorno della «moderazione strategica» nella politica estera americana: maggiore cooperazione multilaterale, rispetto del diritto e delle organizzazioni internazionali (Onu), ruolo decisivo delle alleanze e dei partenariati internazionali (Nato), maggiore attenzione alle grandi sfide globali poste dal cambiamento climatico, dalle pandemie (Covid) e dall’innovazione tecnologica. Il tutto, naturalmente, sempre nel quadro della rivendicazione di una sostanziale e indiscussa leadership americana nel mondo. 

Tre fatti molto gravi, tuttavia, dovevano gettare un forte discredito su queste ricette e sulle loro conseguenze. Prima, il rovinoso e umiliante ritiro della coalizione internazionale a guida americana dall’Afghanistan nell’agosto del 2021, con il ritorno al potere dei Talebani dopo 20 anni di guerra e di grandi perdite umane e materiali. Poi, la già citata invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, che ha dato inizio a una guerra violentissima e tuttora in corso. Infine, i terribili attentati del 7 ottobre 2023 messi in atto da Hamas (circa 1200 morti e oltre 200 ostaggi israeliani), che hanno provocato l’altrettanto terribile guerra di Gaza, incendiando l’intero Medio Oriente. 

A prescindere da tutto, qualcosa era andato storto. E a un paese umiliato e offeso, abbastanza solido economicamente ma afflitto da una pesante inflazione e angosciato da una percezione diffusa di crisi, si poteva nuovamente offrire il sogno di un’America «great again». Da qui, la vittoria di Trump alle elezioni del 2024, il suo insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 e – dopo centinaia di executive orders di cui ci siamo già occupati – la NSS del novembre 2025. 

Si tratta di un testo significativamente diverso dalla NSS del 2017, che merita di essere letto con attenzione. È da esso, infatti, che emerge con molta chiarezza e coerenza la sua visione di come gli Usa dovrebbero agire sulla scena mondiale. 

La seconda NSS di Trump (2025): principi generali e premessa

Nel suo impianto generale, la NSS del 2025 riprende – come si è già detto – l’architettura della precedente NSS di Trump: America first e peace through strenght restano i suoi due principi di fondo. Essi, tuttavia, vengono declinati in modo decisamente diverso, con una postura neoisolazionista, esplicitamente nazionalista e selettivamente muscolare che non era presente o quantomeno non traspariva in modo chiaro dalla NSS del 2017. Non mancano, inoltre, alcuni nuovi «dettagli», che contribuiscono a rendere questo più breve documento (33 pagine) davvero molto differente dalla precedente strategy.

La nuova NSS esordisce enumerando e celebrando gli spettacolari successi della seconda amministrazione Trump. In soli nove mesi – si legge – gli Usa si sono ripresi dalle catastrofi e dai disastri della debolissima presidenza Biden. I confini del paese sono stati ripristinati per fermare l’invasione dei migranti. L’esercito è stato potenziato con investimenti di mille miliardi di dollari e liberato dalle follie dell’ideologia di genere radicale e dal wokismo. Il legame con gli alleati è stato rinsaldato, grazie anche allo storico impegno dei paesi Nato ad aumentare dal 2% al 5% del Pil le spese per la difesa comune. È stata finalmente «liberata» la produzione energetica nazionale e sono state imposte «tariffe storiche» per riportare a casa le industrie critiche che avevano delocalizzato all’estero. Non solo. Sono state distrutte, con l’operazione Midnight Hammer, le capacità nucleari iraniane. I cartelli della droga e «le bande straniere selvagge che operano nella nostra regione» sono state dichiarate organizzazioni terroristiche straniere (con tutto quel che ne consegue). E si è posto fine a ben otto conflitti violenti: tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Congo e Rwanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, nonché alla guerra di Gaza, con la liberazione di tutti gli ostaggi ancora vivi. La conclusione è sempre la stessa: «L’America è di nuovo forte e rispettata, e proprio per questo [sta] portando la pace in tutto il mondo». 

Dopo l’autocelebrazione, anche la NSS del 2025 parte da una professione di «realismo». Non si tratta più però – e la differenza è rilevante – del principled realism, del realismo basato sui principi e sui valori americani del 2017, ma di unrealismo che sfocia in un dichiarato isolazionismo, ancorché inteso in senso lato. Una strategia – ovvero un «piano concreto e realistico» – deve valutare, selezionare e stabilire delle priorità». In questa prospettiva, si legge nel testo, «non tutti i paesi, le regioni, le questioni o le cause, per quanto meritevoli, possono essere al centro della strategia americana». Lo scopo della politica estera, infatti, «è la protezione degli interessi nazionali fondamentali: questo è l’unico obiettivo di questa strategia». Il grande errore delle amministrazioni presidenziali dopo la Guerra fredda è stato di pensare che il dominio degli Usa sul mondo intero fosse nell’interesse paese. Ma non è così. «Gli affari degli altri paesi – recita la NSS – «ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi». Chiudendo gli occhi di fronte a questo principio elementare, le élites americane hanno sopravvalutato la disponibilità e le stesse capacità dell’America di farsi carico di oneri globali. Hanno scommesso sul globalismo e sul libero scambio, che hanno inflitto gravi danni alla classe media e alla base industriale Usa. Hanno permesso ad alleati e partner di scaricare il costo della loro difesa sul popolo americano e di «coinvolgerci in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma periferiche o irrilevanti per i nostri». Non solo. Hanno anche «legato la politica americana a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali guidate da un antiamericanismo dichiarato e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli Stati». Tutto questo – conclude la NSS – ha fortemente indebolito l’America e deve finire, in modo da permettere che per essa si dischiuda finalmente una «nuova età dell’oro». 

Dopo questa premessa, la NSS si articola in tre sezioni. La prima si interroga su «cosa dovrebbero volere gli Stati Uniti». La seconda su «quali sono i mezzi per ottenere ciò che vogliamo». La terza, infine, sulle strategie e le priorità del paese, in patria e nel resto del mondo. 

La prima sezione della NSS: cosa vogliamo?

La prima sezione è di fatto un’illustrazione sintetica ma molto chiara del principio «America first». «Vogliamo – vi si legge – la sopravvivenza e la sicurezza degli Stati Uniti come repubblica indipendente e sovrana». 

Questo «vogliamo» più generale si articola in diversi altri «vogliamo», che meritano di essere richiamati. Vogliamo – recita la NSS – il pieno controllo dei nostri confini e del nostro sistema di immigrazione. Vogliamo un’infrastruttura nazionale resiliente, in grado di resistere a catastrofi naturali e a minacce straniere. Vogliamo l’esercito più potente, letale e tecnologicamente più avanzato del mondo. Vogliamo la deterrenza nucleare più solida, credibile e moderna possibile e sistemi di difesa missilistica di nuova generazione (il Golden Dome). Vogliamo l’economia più forte, dinamica e innovativa. Vogliamo la base industriale più potente del pianeta, anche quella correlata alla difesa. Vogliamo il settore energetico più innovativo. Vogliamo restare il paese più avanzato dal punto di vista scientifico e tecnologico, proteggendo anche la nostra proprietà intellettuale dai furti stranieri. Vogliamo mantenere l’enorme e ineguagliabile soft power degli Stati Uniti, senza scusarci per il nostro passato e il nostro presente, ma rispettando le diverse religioni, culture e sistemi di governo degli altri paesi. Vogliamo, ancora, rinvigorire la salute spirituale e culturale dell’America, un popolo orgoglioso delle proprie glorie passate e fiducioso nel futuro. Il che non è possibile – il sottinteso anti-woke è chiaro – «senza un numero crescente di famiglie forti e tradizionali che crescano figli sani».

Sempre in questa sezione, la NSS chiarisce anche che cosa «vogliono gli Stati Uniti nel mondo e dal mondo», vale a dire i suoi obiettivi di politica estera. Quelli su cui gli Usa devono concentrarsi in via prioritaria, trascurando tutti gli altri, sono cinque e sono un po’ diversi, anche nell’ordine di importanza, da quelli indicati nel 2017. 

Al primo posto, giganteggiano la stabilità dell’Emisfero occidentale e il cosiddetto «corollario Trump alla Dottrina Monroe», che nel 2017 stavano al quinto posto. Obiettivi di questo primo «vogliamo» sono la prevenzione e lo scoraggiamento della migrazione di massa verso gli Usa; la lotta contro il narcotraffico e i cartelli criminali, che rovesciano nel paese i loro letali veleni; la fine delle incursioni straniere, che spesso controllano beni e catene di approvvigionamento strategici; il libero e continuo accesso a luoghi strategici chiave (ad es. Panama). 

Segue, al secondo posto, la volontà di fermare i danni che gli attori stranieri – è sottinteso: la Cina in primis – infliggono in vario modo all’economia americana, mantenendo libero e accessibile l’Indo-Pacifico (al primo posto nelle priorità del 2017), preservando più in generale la libertà di navigazione ovunque e mantenendo catene di approvvigionamento sicure e l’accesso ai materiali critici. 

Il terzo obiettivo è formulato in modo ambiguo e curioso: «Vogliamo sostenere i nostri alleati nel preservare la libertà e la sicurezza dell’Europa, ripristinando al contempo la fiducia nella propria civiltà e l’identità occidentale dell’Europa». Capiremo più avanti cosa significa. Già da qui, tuttavia, si comprende che la Russia – che nel 2017 era il principale problema «europeo» e una potenza ostile e «revisionista» al pari della Cina – è quasi scomparsa dai radar del secondo Trump, quanto meno come nemico esistenziale.

Rimane invece almeno relativamente nel mirino il Medio Oriente: «vogliamo impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente, le sue riserve di petrolio e gas e i punti nevralgici attraverso i quali transitano, evitando al contempo le “guerre infinite” che ci hanno impantanato in quella regione con costi enormi». 

Infine – è il quinto e nuovo obiettivo – si rivendica la volontà di garantire che la tecnologia Usa guidi il progresso mondiale, soprattutto nei settori cruciali dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e dell’informatica quantistica. 

La seconda sezione della NSS: quali mezzi abbiamo a disposizione?

Sono questi, dunque, «gli interessi nazionali fondamentali e vitali degli Stati Uniti». Con quali mezzi è possibile perseguirli? È quanto viene brevemente illustrato, in modo un po’ ripetitivo, nella successiva sezione della NSS. In essa, infatti, si fa riferimento a diversi fattori già citati: l’economia e il sistema finanziario più grandi e dinamici del mondo; la tecnologia più avanzata; un esercito imbattibile; la fitta rete di alleanze che gli Usa hanno costruito nel tempo; il soft power americano; e il carattere orgoglioso e coraggioso del popolo degli Stati Uniti. Di nuovo vi è il riferimento alla peculiare «agilità» del sistema politico, che è sempre «in grado di correggere la rotta», e alla posizione geografica invidiabile del paese che, grazie a due vasti oceani, non ha grandi potenze ostili ai suoi confini. Vi sono poi – continua la NSS – le promettenti imprese che l’amministrazione sta realizzando: la reintroduzione del merito e della competenza nelle istituzioni americane (contro le folli politiche DEI di Biden); la liberazione delle politiche energetiche dai vincoli imposti dalle precedenti amministrazioni e dalle organizzazioni internazionali; la reindustrializzazione del paese; il ripristino della piena libertà economica e di intrapresa attraverso tagli fiscali e la deregulation; e ancora i colossali investimenti nelle tecnologie emergenti e nella ricerca di base.

La terza sezione della NSS: la strategia

Con tutti questi mezzi a disposizione, i cinque obiettivi «fondamentali e vitali» degli Usa possono dunque essere perseguiti e realizzati. Ed è su queste basi che si deve fondare «la strategia» degli Stati Uniti nel prossimo futuro. 

Essa – viene detto e ridetto – mira alla pace: a fermare i conflitti regionali prima che degenerino in guerre globali, che non sono certo nell’interesse degli Usa. A questo fine – si legge nella NSS – l’amministrazione presidenziale utilizzerà una «diplomazia non convenzionale, la potenza militare americana e la leva economica per estinguere chirurgicamente le braci della divisione tra nazioni dotate di armi nucleari e guerre violente causate da secoli di odio».

Questa strategia di pace è definita nell’ultima sezione del testo, che prima ne dichiara «i principi», poi ne indica «le priorità» e infine getta uno sguardo – per noi molto interessante – alle diverse aree critiche del mondo. 

1. I principi. Il primo principio in ordine di importanza della NSS è la «definizione mirata dell’interesse nazionale». Gli Stati Uniti non possono più ampliare a dismisura la definizione di tale interesse, ma devono essere più selettivi e mettere al centro di ogni cosa soltanto ed esclusivamente la sicurezza nazionale del paese. 

Il secondo principio lo conosciamo già: è la «pace attraverso la forza», la quale costituisce sempre il miglior deterrente per gli Stati e gli attori ostili, l’unico linguaggio che essi davvero comprendono. 

Il terzo principio è la «predisposizione al non interventismo» negli affari delle altre nazioni, che hanno pieno diritto a una «posizione separata e uguale l’una rispetto all’altra». Poiché tuttavia gli Usa hanno interessi numerosi e diversificati in ogni parte del mondo, non è possibile fare del «non interventismo» un dogma troppo rigido. «Predisposizione al non interventismo» significa dunque che bisogna fissare standard molto elevati per giustificare qualsivoglia intervento negli affari di altri, che rimane però pur sempre possibile. 

Il quarto principio è il «realismo flessibile», vale a dire la ricerca di relazioni pacifiche con tutte le nazioni, senza imporre loro cambiamenti politici o sociali estranei alla loro storia e alle loro tradizioni. 

Il quinto principio è «il primato delle nazioni». È infatti lo Stato-nazione l’unità politica fondamentale del mondo. Il quale «funziona al meglio quando le nazioni danno la priorità ai propri interessi». Per questa ragione, la NSS è a favore dei diritti sovrani delle nazioni e contro quelle organizzazioni transnazionali che invece ne minano la sovranità. 

Il sesto principio è quello, importantissimo e già ben definito nel 2017, della balance of power, dell’equilibrio di potenza. Gli Usa – è detto in modo chiaro – non perseguono nessun progetto di dominio globale sul mondo. Proprio per questa ragione, però, non possano permettere che altre nazioni diventino così dominanti da minacciare i loro interessi. L’obiettivo degli Usa è dunque l’equilibrio di potere globale e regionale. Il che, a sua volta, «non significa sprecare sangue e risorse per limitare l’influenza di tutte le grandi potenze e potenze medie del mondo». A tal fine è sufficiente collaborare con i propri partner per contrastare le ambizioni che minacciano gli interessi comuni. 

A questo proposito, però, la NSS fissa anche il principio di «equità» o di «correttezza» (fairness) nelle relazioni commerciali e soprattutto nelle alleanze militari. È soprattutto su questo terreno – si legge nel testo – che gli Usa si aspettano che i propri alleati «spendano una quota molto maggiore del loro PIL per la loro difesa, per iniziare a compensare gli enormi squilibri accumulati in decenni di spesa molto maggiore da parte degli Stati Uniti. 

Favorire una prosperità diffusa tra i lavoratori americani e soprattutto la competenza e il merito sono i due ultimi principi della NSS, sempre nella prospettiva di rendere l’America «great again». A quest’ultimo proposito, la strategyspecifica la sua totale ostilità verso quelle ideologie radicali che tentano di sostituire competenza e merito con lo status di gruppo privilegiato. Al tempo stesso, però, si dichiara contro l’apertura del mercato del lavoro americano alla ricerca di quei «talenti globali» che alla fine danneggiano i lavoratori americani. Anche in questo caso, l’America e gli americani «devono venire sempre prima di tutto». 

2. Le prioritàFissati questi principi più generali, la NSS indica le 5 priorità fondamentali della politica Usa. Ci limitiamo a elencarle, perché le abbiamo già più volte discusse.

 La prima è porre fine all’era della migrazione di massa, con tutte le minacce che essa porta con sé e alla stessa sovranità degli Usa. 

La seconda – che diventerà più comprensibile tra poco – è la protezione dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini dagli abusi dei governi e delle élites, sia in America, sia in Europa, nell’Anglosfera e nel resto del mondo democratico, in particolare tra i nostri alleati. 

La terza è la condivisione e il trasferimento degli oneri del governo mondiale. «I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante – si legge nel testo – sono finiti». Alleati e partner dell’America – tra cui si contano «decine di nazioni ricche e sofisticate» – dovranno contribuire in misura molto maggiore alla nostra difesa collettiva», come è già stato fatto con l’impegno dei paesi NATO a spendere il 5% del proprio PIL per l’Alleanza. Ma soprattutto dovranno assumersi «la responsabilità primaria delle loro regioni» (messaggio chiaro sulla guerra russo-ucraina), affinché gli Stati Uniti possano contrastare in modo efficace le influenze davvero ostili o sovversive nei loro confronti, evitando «l’eccessiva estensione e la diffusione dell’attenzione che hanno minato gli sforzi passati». 

La quarta priorità è il «riallineamento attraverso la pace», la ricerca di accordi di pace, sotto la guida dell’America, anche in regioni e paesi periferici rispetto ai nostri interessi immediati. In questo modo, si rafforza l’influenza globale degli Stati Uniti e la stabilità mondiale. 

La quinta e ultima – di cui si è già più volte detto – è il potenziamento della sicurezza economica americana, da realizzarsi con accordi commerciali equi e reciproci, con la garanzia di accesso alle catene di approvvigionamento e ai materiali critici, con la reindustrializzazione, con il rilancio della base industriale della difesa, con il dominio energetico (in opposizione alle disastrose ideologie del cambiamento climatico) e con il rafforzamento del dominio del settore finanziario americano.

3. Gli scenari regionali. Fissati principi e priorità, la NSS prende infine in esame i diversi scenari regionali, ribadendo che gli Usa «non possono permettersi di prestare la stessa attenzione a ogni regione e a ogni problema del mondo», se non quando sono in discussione i loro interessi vitali. 

La prima regione a essere presa in considerazione – evidentemente come prioritaria al massimo grado – è l’Emisfero Occidentale. In quest’area deve essere applicata la vecchia dottrina Monroe, l’America agli americani. Ma con una postura decisamente più aggressiva, il cosiddetto «corollario Trump». Le Americhe devono cioè diventare e poi rimanere una sfera di influenza esclusiva degli Usa, che devono poter accedere alle aree geografiche di tutta la regione ed escludere, anche con la forza, la possibilità che attori non emisferici – la Cina e la Russia più che la vecchia Europa di Monroe – possano «posizionare forze o altre capacità minacciose, o possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero». È questa – com’è stata ribattezzata – la «Dottrina Donroe». Una dottrina che prevede un maggiore coinvolgimento di alleati e partner consolidati e la ricerca di nuove alleanze per tenere a bada i flussi migratori, fermare il traffico di droga e garantire la sicurezza in mare e sulla terraferma. Nella regione gli Usa dovranno riconsiderare e rafforzare la loro presenza militare e di intelligence (disimpegnandosi così in altre parti del mondo). Daranno però la priorità alla cosiddetta «diplomazia commerciale» mostrando tutti i vantaggi che derivano, in termini tecnologici e di crescita, dai rapporti con gli Usa e dagli investimenti delle aziende americane.

All’Emisfero Occidentale segue l’Asia. Qui l’arcinemico globale è la Cina, non tanto per il tipo di regime oppressivo di governo che la caratterizza (messo in evidenza, come si ricorderà, nella NSS del 2017), quanto soprattutto per la sua potenza economica in espansione e minacciosa per il primato Usa. Per trent’anni – si legge nella NSS – le classi dirigenti americane di entrambi i partiti hanno ritenuto che aprire i nostri mercati alla Repubblica popolare ed esternalizzarvi la nostra produzione avrebbe significato «l’ingresso della Cina nel cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”». È esattamente ciò che non è avvenuto: «La Cina è diventata ricca e potente e ha sfruttato la sua ricchezza e il suo potere a proprio vantaggio». Il che la rende il più pericoloso competitor degli Usa, soprattutto nell’Indo-Pacifico, la regione più dinamica del mondo, che è diventata e sarà sempre di più «uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo». Per competere con successo con una simile potenza – questo il succo della NSS – gli Usa devono mettere in campo politiche di riequilibrio economico e commerciale. Devono attuare politiche di cooperazione in particolare con l’India, l’Australia e il Giappone, che vanno coordinate in primo luogo dal Quad (il Quadrilateral Security Dialogue) ma che devono estendersi a tutti gli alleati degli Usa, anche agli europei, per contrastare ovunque la crescente influenza cinese. Devono poi investire nella ricerca per preservare e promuovere il vantaggio nelle tecnologie militari e dual use, il tutto in stretta connessione con il settore privato. Devono infine, prestare attenzione alla deterrenza militare, che ha il suo punto critico in Taiwan. L’isola ha infatti una posizione di dominio nella produzione di semiconduttori, ma è soprattutto il più importante snodo del traffico marittimo mondiale, che passa attraverso il Mar Cinese Meridionale. Rappresenta quindi un interesse strategico degli Usa che, insieme agli alleati, dovranno schierare nell’Indo-Pacifico forze adeguate, soprattutto navali, per impedire che una singola potenza imponga pedaggi o chiusure arbitrarie a rotte commerciali di importanza cruciale. 

Se la Cina rimane, come nella NSS del 2017, il principale competitor dell’America (ma ormai più sul piano economico che su quello ideologico), la Russia sembra in gran parte scomparire dall’elenco delle minacce esistenziali paventate dalla seconda presidenza Trump. È quanto si ricava dal paragrafo della strategy dedicato alla regione «Europa». In questa parte del testo, infatti, ad attirare gli strali del presidente non è più tanto la Russia di Putin – nel 2017 definita come una pericolosa «potenza revisionista» da mettere in riga – quanto invece gli stessi europei, e in particolare l’Ue. Il paragrafo si intitola significativamente «promuovere la grandezza dell’Europa»: una grandezza evidentemente a rischio. La tesi della NSS è che i problemi europei non discendono soltanto da una spesa militare insufficiente e dalla stagnazione economica, ma sono ben più profondi. Se il PIL globale dell’Europa continentale è sceso dal 25% del 1990 al 14% di oggi, la colpa è in primo luogo delle normative nazionali e transnazionali (Ue) che «minano la creatività e l’operosità» degli europei. Il rischio vero, tuttavia, è quello della stessa «cancellazione della civiltà» europea, che potrebbe diventare «irriconoscibile entro 20 anni o meno», cessando tra l’altro di essere un partner affidabile per gli Usa. A rendere attualissimo questo rischio sono – per la NSS – alcuni fattori che stanno convergendo in una catastrofe. Anzitutto l’operato della Ue e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità degli Stati. Poi dissennate politiche migratorie che stanno «trasformando il continente e creando conflitti». Quindi «la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica» e il crollo dei tassi di natalità. E da ultimo, e in sintesi, «la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi». È questa mancanza di fiducia – prosegue la NSS – che si manifesta nelle relazioni dell’Europa con la Russia. Un paese rispetto al quale gli europei – tolte le armi nucleari – godono di enormi vantaggi in termini militari e che tuttavia, a seguito della guerra russo-ucraina, viene ormai percepito da essi come «minaccia esistenziale». Toccherà quindi agli Usa – è sottinteso: come al solito – impegnarsi diplomaticamente per ristabilire la stabilità in tutto il continente eurasiatico, mitigare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli Stati europei e poi consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina. Nel frattempo, tuttavia, l’Ue, appoggiata da governi di minoranza instabili, nutre aspettative irrealistiche sulla guerra, mentre «una grande maggioranza europea vuole la pace». Questo desiderio però – e qui l’attacco diventa molto diretto –  «non si traduce in politica, in gran parte a causa della sovversione dei processi democratici da parte di quei governi». Poiché però gli Usa considerano l’Europa strategicamente e culturalmente vitale, essi non possono ignorare il Vecchio Continente, il che sarebbe controproducente per gli obiettivi stessi della loro strategia di sicurezza nazionale. Che fare dunque? La diplomazia americana – si legge nel testo – continuerà a difendere «la democrazia autentica, la libertà di espressione e la celebrazione senza compromessi del carattere e della storia individuali delle nazioni europee». E subito dopo: «La crescente influenza dei partiti patriottici europei è davvero motivo di grande ottimismo». Queste, dunque, le priorità Usa in Europa: ripristinare le condizioni di stabilità all’interno dell’Europa e della stabilità strategica con la Russia; consentire all’Europa di camminare con le proprie gambe assumendosi la responsabilità primaria della propria difesa; sostenere la resistenza delle nazioni europee alla traiettoria attuale dell’Europa; aprire i mercati europei ai beni e ai servizi Usa, garantendo un trattamento equo ai lavoratori e alle aziende statunitensi; costruire nazioni sane in Europa centrale, orientale e meridionale attraverso forti legami commerciali; porre fine alla percezione (e alla realtà) della Nato come alleanza in continua espansione; spingere l’Europa a combattere il mercantilismo, il furto tecnologico, lo spionaggio informatico e le pratiche economiche sleali di attori ostili (sottinteso: la Cina innanzitutto). Stop! Neanche una parola sulla tragedia ucraina, l’aggressività della Russia e il suo carattere di grande (o almeno media) potenza dispotica. I veri despoti, nello schema della NSS, sono l’Ue e i fragili e antidemocratici governi che ne sostengono le politiche. Veri democratici su cui poter contare, invece, sono «i partiti patriottici» del vecchio continente. Forse non proprio tutti quelli elogiati da Musk (AfD in Germania, Vox in Spagna, Reform UK nel Regno Unito, la Lega di Salvini e FdI in Italia). Ma sicuramente molti di essi. 

Anche il Medio Oriente è una regione critica della NSS del 2025, ma in modo decisamente meno prioritario del 2017. Le ragioni di questa minore rilevanza sono due. La prima è che l’area non più così cruciale per l’approvvigionamento energetico mondiale, che si è andato diversificando e vede ormai gli stessi Stati Uniti come «esportatori netti di energia». La seconda è che il Medio Oriente non è più il campo di battaglia principale tra superpotenze con il rischio di conflitti che potevano estendersi a livello globale, ma solo più il teatro di «un gioco di potere tra grandi potenze». Un gioco in cui gli Usa mantengono una posizione invidiabile grazie ai loro rapporti sempre più stretti con gli Stati del Golfo e Israele. In più, i due maggiori focolai di instabilità si stanno spegnendo. L’Iran, la principale fonte dei problemi della regione, è stato drasticamente indebolito dagli attacchi israeliani e poi dall’operazione Usa Midnight Hammer del giugno 2025. Il conflitto israelo-palestinese poi, pur restando ancora spinoso, sta perdendo di intensità, soprattutto dopo che, su pressione americana, sono stati liberati gli ultimi ostaggi israeliani e si è giunti al cessate il fuoco, con un significativo indebolimento di Hamas. La Siria rimane un problema, ma grazie al sostegno Usa, arabo, israeliano e turco, potrebbe stabilizzarsi. Per gli Stati Uniti, in ogni caso, il Medio Oriente sta perdendo la sua storica importanza, legata come già detto all’approvvigionamento energetico. «La regione diventerà invece – si legge nella NSS – una fonte e una destinazione di investimenti internazionali in settori che vanno ben oltre il petrolio e il gas, tra cui il nucleare, l’intelligenza artificiale e le tecnologie di difesa». A spingere in questa direzione è inoltre il fatto che i partner mediorientali si stanno sempre più impegnando nella lotta contro il radicalismo. Il che è anche il frutto del fatto che gli Usa stanno finalmente rinunciando a imporre in quei paesi i propri valori e le proprie forme di governo. Certo, rimane il rischio che la regione continui a essere un incubatore di terrorismo antiamericano e antioccidentale, che Israele venga nuovamente minacciato, che la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz venga messa a rischio da qualche potenza ostile. Ma tutto questo può essere risolto «senza decenni di guerre inutili per il “nation building”», riprendendo e ampliando il modello degli Accordi di Abramo. Gli interessi e non l’ideologia sono la migliore garanzia di una pace duratura. 

Investimenti e commercio – così si chiude molto rapidamente la NSS – sono la ricetta per l’ultima regione presa in considerazione dalla NSS: l’Africa. Come già nel 2017, anche in questa strategy si teorizza il passaggio da una politica di aiuti (che crea dipendenza e sudditanza) a una politica di relazioni commerciali aperte e reciprocamente vantaggiose (che generano invece crescita), soprattutto nei settori dell’energia e dei materiali critici. Politiche di questo genere creeranno grandi opportunità e renderanno più facile negoziare accordi di pace per risolvere i conflitti in corso e quelli futuri. Questo non toglie che sarà necessaria una presenza vigile per tenere a bada la recrudescenza delle attività terroristiche islamiste in diverse parti del continente, senza però alcun impegno degli Usa a lungo termine, che – come più volte ripetuto – hanno altre priorità.

Dalle parole ai fatti

Fin qui la NSS del 2025 e le sue priorità, che di fatto sono essenzialmente due: da un lato, il cortile di casa, l’America Latina; dall’altro, l’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina. Tutto il resto conta di meno e solo fino a un certo punto può rientrare nei radar della politica degli Stati Uniti, perché devono essere soprattutto i loro alleati e partner a occuparsene, in primo luogo nel contesto europeo. I nemici mortali del 2017 – le potenze revisioniste di Cina e Russia, gli Stati canaglia dell’Iran e della Corea del Nord, terroristi jihadisti e cartelli criminali – hanno lasciato il posto a un solo grande competitor, la Cina, che deve essere tenuto a bada sul terreno dell’economia e, solo in ultima istanza, della deterrenza militare. 

Alla luce di questa posizione tendenzialmente neo-isolazionista, molto più pronunciata di quella del 2017, diventano più chiare molte cose. Diventa più comprensibile l’atteggiamento sostanzialmente accomodante di Trump nei confronti della Russia di Putin. Diventa più comprensibile il suo approccio al tempo minaccioso e «affaristico» nei confronti della drammatica guerra di Gaza, che pure sembra giunta a un punto di svolta con il cessate fuoco di fatto imposto dagli americani. Diventa più comprensibile la sua aggressività senza compromessi nei confronti del «cortile di casa» latinoamericano e delle sue propaggini statunitensi, che si sono manifestate con grande evidenza nelle minacce rivolte contro Panama, nel blitz che ha portato all’arresto di Maduro e poi nelle politiche ultrarepressive in patria in materia di immigrazione illegale. Diventano più comprensibili anche le sue pesanti pretese sulla Groenlandia, un nuovo «cortile di casa» mai citato nella NSS, come luogo da tutelare a ogni costo nei confronti dell’espansiva influenza cinese (e in subordine russa). Diventano più comprensibili i suoi ripetuti e violentissimi scontri con l’Ue e l’Europa, che forse la stanno facendo davvero risvegliare. Diventa più comprensibile la miscela di aggressività e poi di prudenza nei confronti del regime iraniano. E diventa più comprensibile, da ultimo, la sua stessa decisione di lanciare il cosiddetto Board of Peace per Gaza, che promette di diventare in prospettiva – come abbiamo già anticipato – qualcosa di ben più impegnativo: e cioè una specie di diplomazia globale parallela, una coalizione di volenterosi per la pace che si dovrebbe occupare di governare – in parte in sintonia con le Nazioni Unite, ma in parte ben oltre esse – un mondo in cui sono il potere, la forza e il denaro a tenere tutto in ordine e in pace. 

Al netto degli atteggiamenti e della postura irrituale, aggressiva, affaristica, instabile e spesso imbarazzante di Trump, il fatto che tutte queste azioni diventino più comprensibili alla luce della NSS del 2025 non significa assolutamente che esse siano al tempo stesso apprezzabili o in qualche modo giustificate. Se si condivide la diagnosi di un mondo ormai dominato da grandi potenze e intrappolato nell’alternativa tra «equilibrio» o «egemonia» – un mondo hobbesiano che non ha dato nei secoli grande prova di sé – non si possono in effetti vedere grandi alternative all’orizzonte. Se si ritiene invece che vi siano ancora spazi significativi per costruire una comunità di nazioni che si sottomettono alle regole, che si basi kantianamente sul diritto internazionale invece che sulla forza degli Stati, le alternative ci sono eccome. E forse potrebbe proprio essere un’Europa più solida (che però al momento non esiste ancora) a farsene paladina. 

Di certo, il rischio è che quella di Trump sia una profezia che si autoavvera. Con conseguenze francamente imprevedibili