
La mattina del 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato un violentissimo attacco militare contro la Repubblica islamica dell’Iran. Hanno colpito con missili e decine di raid aerei la capitale, Teheran, altre importanti città, basi militari e siti verosimilmente legati allo sviluppo del programma nucleare iraniano. Nell’attacco, preparato da tempo con un minuzioso lavoro di intelligence, hanno distrutto il compound fortificato in cui era presente la Guida Suprema Ali Khamenei con alti dirigenti politici e militari del regime, riuscendo così a ucciderlo.
Nonostante la morte dell’ayatollah e la probabile decapitazione del suo più ristretto entourage, l’Iran ha reagito all’attacco con altrettanta virulenza, bombardando con missili e droni Israele, svariate basi militari americane dislocate nella regione e diversi paesi del Golfo.
È così iniziata una guerra di ampia scala che si è subito estesa al Libano, dove si è riacceso il conflitto – invero sempre latente – tra Israele e il più stretto alleato dell’Iran, Hezbollah.
L’intero Medio Oriente è dunque precipitato in una delle più gravi crisi internazionali degli ultimi decenni, che ha spinto molti osservatori a parlare, con buone ragioni, di una nuova «guerra del Golfo»: la terza dopo quelle che avevano già funestato la regione nel 1990-1991 e poi nel 2003, allora contro l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra – si deve aggiungere – che, insieme al conflitto russo-ucraino (tuttora in corso) e al contrasto crescente tra Usa e Cina, rende sempre più fragile la causa della pace e dell’ordine mondiale. Il tutto, di fronte alla sostanziale impotenza delle organizzazioni internazionali (Onu in testa) e dell’Europa.
Gli sviluppi del conflitto tra Iran, Israele e Usa sono per ora frenetici. La sera del 7 aprile, con la mediazione del Pakistan e di altre potenze regionali (e forse grazie anche a pressioni della stessa Cina sull’Iran), i contendenti – dopo oltre un mese di bombardamenti massicci e un pesantissimo ultimatum del presidente Trump – hanno siglato un precario cessate il fuoco di 15 giorni (esteso poi allo stesso Libano il 16 aprile).
Poco dopo, tra l’11 e il 12 aprile, si è svolto a Islamabad un primo round di negoziati per la pace, cui hanno partecipato per gli Usa il vicepresidente James D. Vance e per l’Iran il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Esso non ha però prodotto alcun risultato. Per certi aspetti, anzi, ha esasperato i contrasti.
Nel frattempo, gli effetti della guerra si sono fatti sentire ben oltre i campi di battaglia. Il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz – centro nevralgico del commercio di gas e petrolio dal Medio Oriente, sotto il controllo iraniano – ha infatti subito messo in grave difficoltà i mercati energetici globali, con enormi ripercussioni sull’economia di moltissimi paesi. L’ulteriore blocco navale messo in atto dagli Usa nello Stretto il 13 aprile, all’indomani del fallimento dei talks di Islamabad, ha aggravato la situazione, portando a una riapertura (17 aprile) e poi di nuovo alla chiusura (18 aprile) dei traffici da parte iraniana, sempre sotto la minaccia di una ripresa delle ostilità. Una situazione caotica, in continua evoluzione.
È molto difficile fare previsioni sul futuro della guerra, anche perché le intenzioni e gli obiettivi degli attori in conflitto – in particolare degli Stati Uniti – non sono affatto chiari. Possiamo però provare a ricostruire l’aggrovigliatissimo intreccio di cause che l’hanno provocata, risalendo alle sue più lontane radici. Per molti aspetti, infatti, il conflitto in corso è l’ultimo atto di una lunghissima «guerra dei 47 anni», prima strisciante e a bassissima intensità, poi per procura (proxy war) e oggi diretta e aperta.
Le radici della guerra
Il più immediato precedente del grave conflitto che da settimane sta incendiando il Medio Oriente è senza dubbio la lunga e drammatica guerra che Israele ha scatenato in Palestina e in Libano all’indomani dei terribili attacchi militari e terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023. Durante quella guerra – in qualche modo «congelata» da una fragile tregua nel settembre 2025 sotto le pesanti pressioni degli Stati Uniti – per ben tre volte Israele e Iran sono entrati direttamente in conflitto: la prima nell’aprile 2024, la seconda nell’ottobre di quello stesso anno, la terza (con l’intervento degli stessi Stati Uniti) nel giugno 2025, nella cosiddetta «guerra dei 12 giorni».
Le radici dell’attuale conflitto sono però assai più profonde. Esse risalgono allo stesso atto di nascita della Repubblica islamica dell’Iran nel febbraio 1979 e sono andate poi consolidandosi attraverso le molte e complicate vicende che hanno segnato la storia dell’intero Medio Oriente da allora sino a oggi. La rivoluzione iraniana, in effetti, rese assai altamente instabili gli equilibri di tutta la regione. Non solo per evidenti motivi politici e geopolitici. Ma anche per ragioni confessionali legate alla contrapposizione tra il mondo sciita, da allora potentemente guidato dall’Iran, e quello sunnita, ampiamente maggioritario nei grandi e piccoli Stati del Golfo.
La rivoluzione islamica del 1979
Prima del 1979, Israele e Stati Uniti erano strettamente legati all’Iran e al regime modernizzatore e autoritario dello scià Mohammad Reza Pahlavi, considerato un alleato strategico nella regione. Con la rivoluzione del 1979 e l’avvento al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, uno dei maggiori e più conseguenti campioni del fondamentalismo islamico, i loro rapporti divennero invece radicalmente ostili, in un clima di tensioni che nel corso degli anni si sono fatte sempre più acute.
Due fatti concreti e al tempo stesso altamente simbolici diedero fin dall’inizio il segnale di questo brusco cambiamento di rotta.
Il primo, nello stesso febbraio 1979, fu l’immediata e completa rottura, da parte della Repubblica islamica, delle relazioni diplomatiche con Israele, considerato un avamposto del potere occidentale in Medio Oriente e un nemico assoluto. Il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Yasser Arafat, fu non a caso tra i primi uomini politici a recarsi a Teheran dopo la caduta dello scià per stringere accordi contro Israele sulla questione palestinese. In quel frangente, l’edificio che ospitava la rappresentanza diplomatica israeliana fu occupato dalle forze del regime islamico, confiscato e poi consegnato platealmente all’Olp come nuova sede dell’ambasciata di Palestina.
Il secondo fatto – ancora più clamoroso – ebbe luogo alcuni mesi più tardi, il 4 novembre 1979. Quel giorno, infatti, diverse centinaia di studenti islamici presero d’assalto l’ambasciata americana di Teheran. 66 persone, tra diplomatici e funzionari, furono catturate. Solo 14 – donne e afroamericani – vennero rilasciate nei giorni seguenti. Gli altri 52 ostaggi – oggetto di pubbliche umiliazioni, interrogatori e maltrattamenti – rimasero prigionieri del regime, che rese noti molti documenti diplomatici segreti relativi ai rapporti tra gli Usa e lo scià.
La vicenda divenne uno dei peggiori incubi del presidente democratico Jimmy Carter (1977-1981), che solo pochi mesi prima della rivoluzione iraniana, il 17 settembre 1978, aveva promosso, negoziato e poi garantito gli Accordi di Camp David, vale a dire il trattato di pace tra Israele ed Egitto, firmato da Menachem Begin e Anwar Sadat (assassinato poco dopo da militari islamisti radicali).
La crisi degli ostaggi durò 444 lunghissimi giorni. Ogni trattativa finì nel nulla. Anche le sanzioni Usa non cambiarono la situazione. Come se non bastasse, si concluse tragicamente, il 24 aprile 1980, l’operazione speciale «Eagle Claw», un blitz militare della Delta Force per liberare i prigionieri. La fecero fallire una serie di guasti tecnici, una violenta tempesta di sabbia e la collisione tra un elicottero e un aereo statunitensi nel deserto iraniano, che causò la morte di otto militari americani. Un vero e proprio smacco per gli Stati Uniti.
Nel giro di pochi mesi, tuttavia, due eventi molto importanti contribuirono a portare a conclusione la crisi degli ostaggi. Il primo fu la morte dello scià Mohammad Reza Pahlavi il 27 luglio 1980, a soli sessant’anni. Aveva lasciato il paese nel gennaio del 1979, rifugiandosi negli Stati Uniti e poi in Egitto, anche per curare una grave malattia da cui era affetto da anni. La sua scomparsa fece cadere le richieste e le preoccupazioni del regime, che reclamava a gran voce la sua estradizione e temeva che intorno alla sua figura si potesse creare, con il sostegno Usa, un fronte antirivoluzionario.
Il secondo evento – ancor più rilevante – fu l’inizio, nel settembre 1980, di quella che allora fu chiamata la «guerra del Golfo»: un logorante conflitto che per otto anni, fino al 1988, doveva contrapporre l’Iraq e l’Iran. È in questo quadro che il 19 gennaio 1981 si giunse a un accordo per la liberazione degli ostaggi. Siglato ad Algeri, esso prevedeva lo scongelamento dei beni iraniani bloccati negli Stati Uniti fin dall’inizio della crisi, il ritiro delle sanzioni e l’impegno americano a non interferire negli affari interni del paese. Gli ostaggi furono così rilasciati il 20 gennaio 1981, lo stesso giorno dell’insediamento di Ronald Reagan alla Casa Bianca.
Si aprì così una nuova complicata e turbolenta fase nella storia del Medio Oriente contemporaneo. Moltissime cose dovevano cambiare. Ma non la radicale e reciproca ostilità tra la Repubblica islamica da un lato e Israele (il «piccolo Satana») e Stati Uniti (il «Grande Satana») dall’altro, che andò anzi acuendosi in modo crescente.
La guerra Iran-Iraq (1980-1988) e i suoi effetti
La lunga guerra che contrappose Iran e Iraq tra il 1980 e il 1988 ebbe effetti pesanti per entrambe le potenze in conflitto. Essa fu provocata da dispute di confine ma soprattutto dall’aspirazione di entrambi i contendenti a esercitare la propria egemonia nella regione. Giocò un ruolo importante anche il timore, tutt’altro che infondato, che la rivoluzione islamica potesse estendersi in Iraq, un paese a maggioranza sciita, governato con il pugno di ferro dal «laico» Saddam Hussein, ma con l’appoggio della minoranza sunnita.
Nella guerra l’Iraq ottenne il sostegno diretto e indiretto di molti paesi arabi del Golfo, degli Stati Uniti e della stessa Unione Sovietica. L’Iran rimase invece sostanzialmente isolato. Ottenne aiuti dalla Siria, dalla Libia e dalla Corea del Nord. Si scoprì poi, nel 1986, che il paese era stato segretamente armato anche dagli Stati Uniti, che vendettero illegalmente armi alla Repubblica islamica per finanziare in Nicaragua – altrettanto illegalmente e fuori da ogni controllo del Congresso – la guerriglia dei Contras contro il governo sandinista del paese. Ne derivò uno scandalo enorme, l’«affare Iran-Contras», che mise in serie difficoltà la presidenza Reagan.
La guerra Iran-Iraq, nonostante i suoi elevatissimi costi umani e materiali, si concluse nel 1988 con un nulla di fatto, senza vincitori né vinti. Le sue conseguenze furono tuttavia di grande rilievo. L’Iraq di Saddam Hussein ne uscì fortemente indebolito e indebitato, maturando così il progetto dell’invasione e della conquista del Kuwait, che diede poi luogo nel 1990-1991 alla «prima guerra del Golfo» e alla grave crisi internazionale che ne seguì. L’Iran invece – nonostante il suo isolamento e i gravi danni inflitti dalla guerra – consolidò il proprio regime all’interno e iniziò a costruire un’ampia rete di alleanze con forze e gruppi presenti nella regione in funzione antioccidentale, antisraeliana e contro le monarchie del Golfo. Si approfondì, più in generale, la frattura tra il mondo sciita e quello arabo-sunnita, che ha continuato a dominare la storia successiva del Medio Oriente.
L’invasione israeliana del Libano e la nascita di Hezbollah (1982)
Sempre negli anni Ottanta, altri importanti sviluppi contribuirono a rendere la regione – snodo cruciale dell’approvvigionamento energetico globale – particolarmente instabile. Il tutto nel quadro di una prepotente crescita del fondamentalismo islamico anche nel mondo sunnita.
Un evento cruciale fu, nel 1982, l’invasione israeliana del Libano con l’operazione «Pace in Galilea». Nel paese, confinante a sud con Israele, fin dall’inizio degli anni Settanta aveva la sua principale base operativa l’Olp di Arafat, che aveva stabilito il proprio quartier generale a Beirut, controllava i campi profughi palestinesi e di fatto esercitava la propria autorità nel sud del Libano, lanciando dal confine frequenti attacchi contro Israele.
La situazione precipitò nel 1975, quando il Libano cadde nel vortice di una furiosa guerra civile tra gruppi religiosi (musulmani, cristiani, drusi) e le rispettive milizie armate. Una guerra civile – si deve aggiungere – che spinse la Siria a entrare nel paese nel 1976, in parte per contenere il caos e in parte per esercitare la propria influenza in un’area di suo diretto interesse strategico. Una situazione complicatissima, insomma.
È in questo quadro che si colloca l’intervento di Israele, deciso a fermare gli attacchi e le incursioni dei palestinesi, a eliminare più in generale le infrastrutture militari dell’Olp, a contenere l’influenza siriana nella regione e a ridisegnare a proprio favore gli equilibri politico-militari in Libano. L’operazione – funestata dal drammatico massacro di profughi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila (16-18 settembre 1982) compiuto da milizie cristiane senza che l’esercito israeliano intervenisse per fermarle – ebbe almeno in parte successo. L’Olp abbandonò il Libano, spostando la sua sede in Tunisia. Israele mantenne importanti posizioni nel sud del paese sino al suo completo ritiro nel 2000.
Contestualmente, tuttavia, emerse una nuova e assai aggressiva forza politico-militare sostenuta direttamente dall’Iran, che ancor oggi è un attore di prima grandezza in Libano, un vero e proprio Stato nello Stato: Hezbollah, il «partito di Dio», un nemico giurato di Israele e degli Stati Uniti. Un gruppo finanziato e armato fino ai denti dalla Repubblica islamica, ben inserito nella politica libanese con propri rappresentanti in parlamento e nello stesso governo, e saldamente radicato tra gli sciiti libanesi, ai quali prese a offrire assistenza, servizi sociali, scuole e presidi sanitari.
La questione palestinese, la prima Intifada e la nascita di Hamas (1987)
Sia pure in un contesto molto diverso, un analogo processo di radicalizzazione ebbe luogo nella stessa Palestina. Espulso dal Libano, indebolito, con ridotte capacità operative e sempre più incline al compromesso e ai negoziati, l’Olp entrò in una fase di declino, perdendo poco per volta ogni credibilità agli occhi dei palestinesi. Emerse così, nella seconda metà degli anni Ottanta, una nuova forza destinata a esercitare un ruolo di prima grandezza nella questione palestinese: Hamas, in arabo acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya, «Movimento di resistenza islamica».
Hamas è una costola dei Fratelli Musulmani, un movimento fondamentalista islamico sunnita sorto in Egitto negli anni Venti. Fu fondata dallo sceicco Ahmed Yassin nel 1987, all’indomani dello scoppio della «Prima Intifada», vale a dire della prima grande rivolta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme est, in atto fin dalla guerra dei Sei giorni (5-10 giugno 1967). Una guerra combattuta allora da Israele contro la Siria, l’Egitto (che controllava Gaza) e Giordania (che controllava la Cisgiordania e Gerusalemme est). Nel suo programma campeggiava la distruzione dello Stato di Israele e la creazione di uno Stato islamico in Palestina.
Con Hamas e il suo crescente radicamento nei territori occupati la questione palestinese – come è stato detto da un grande studioso del mondo islamico, Gilles Kepel – andò progressivamente «islamizzandosi». Essa perse così quel carattere più genuinamente «nazionalista» e «laico» che le aveva impresso l’Olp. In più, nonostante la sua appartenenza all’universo sunnita, Hamas divenne presto parte della rete costruita, finanziata e armata dall’Iran sciita in funzione antiamericana e antisraeliana.
Insieme a Hezbollah nel sud del Libano, essa doveva quindi diventare, negli anni a venire, una delle più pericolose spine nel fianco di Israele. Un pezzo fondamentale del cosiddetto «Asse della resistenza» guidato dall’Iran.
Gli effetti indiretti della guerra sovietico-afghana (1979-1989)
Sempre negli anni Ottanta, ebbe un’importanza indiretta ma di grande rilievo la guerra sovietico-afghana, durata dal 1979 al 1989. Essa fu innescata dall’intervento dell’Urss nel paese a sostegno del fragile governo del Partito democratico popolare, un partito comunista filosovietico, sempre più inviso alla popolazione per le sue riforme mirate a smantellare le strutture tradizionali, tribali, rurali e religiose afghane.
A contrapporsi al potente invasore furono soprattutto i mujahidin, i guerriglieri islamici, ampiamente sostenuti con armi e finanziamenti dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan e dall’afflusso di un gran numero di volontari islamici da tutto il mondo.
L’intervento si risolse in una catastrofe per l’Urss e divenne presto una specie «Vietnam sovietico». La guerra sovietico-afghana – conclusasi con il ritiro delle truppe sovietiche dal paese – fu una delle cause più rilevanti della crisi e poi della successiva caduta dell’Urss e del suo impero interno ed esterno tra il 1989 e il 1991. Al tempo stesso, però, contribuì anche alla nascita di una rete transnazionale di combattenti jihadisti fortemente ideologizzati e con una importante esperienza militare. Rientrati poi nei loro paesi di origine – tra cui i paesi del Golfo – essi dovevano esercitare un ruolo molto rilevante nella successiva destabilizzazione del Medio Oriente.
È sul finire di quella guerra fallimentare – per citare il dato più importante – che nacque al-Qaeda, l’organizzazione terroristica guidata dal saudita Osama bin Laden. Per oltre un ventennio, passando attraverso gli spettacolari attentati dell’11 settembre 2001, essa doveva condurre su scala globale una lotta senza quartiere contro gli Usa, i suoi alleati occidentali e i governi musulmani «corrotti» schierati al loro fianco.
Nel frattempo, sempre nel 1989, il 3 giugno, morì l’ayatollah Khomeini. Gli succedette come Guida suprema Ali Khamenei, che rimase al potere fino al primo giorno della guerra del 2026, il 28 febbraio, quando fu ucciso – come abbiamo già detto – in un bombardamento congiunto di Usa e Israele su Teheran.
La «prima guerra del Golfo» (1990-1991) e i suoi effetti
Negli anni Novanta il regime iraniano e la rete delle sue alleanze andarono ulteriormente consolidandosi in un Medio Oriente attraversato da profondi cambiamenti e in un contesto geopolitico più generale segnato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Due eventi furono decisivi in questo senso. Il primo, al principio 1991, quando l’Urss non si era ancora dissolta, fu la guerra degli Stati Uniti e di un’ampia coalizione internazionale contro l’Iraq di Saddam Hussein, che il 2 agosto 1990 aveva invaso il Kuwait in aperta violazione del diritto internazionale. Negli auspici e nelle parole del presidente americano G.W.H. Bush (1989-1993), condivise dal leader sovietico Michail Gorbaciov, quella guerra doveva inaugurare un «nuovo ordine mondiale» fondato sul diritto e non più sulla forza. Legittimata dall’Onu, essa costrinse l’Iraq in breve tempo – tra il gennaio e il febbraio del 1991 – a ritirarsi dal Kuwait, lasciando però al potere Saddam Hussein.
Il rovesciamento del dittatore – oltre a non essere previsto dal mandato Onu – avrebbe infatti prodotto due effetti perniciosi: avrebbe gettato il paese nel caos e nella guerra civile e soprattutto avrebbe eliminato ogni possibile argine contro l’Iran, il quale avrebbe potuto facilmente estendere la propria influenza in un paese a maggioranza sciita. L’indebolimento di fatto dell’Iraq – colpito da pesanti sanzioni economiche e costretto ad accettare la creazione di due ampie no-fly zones nel nord e nel sud del paese garantite soprattutto da Usa e Gran Bretagna – favorì comunque, sia pure indirettamente e sul medio periodo, il potere dell’Iran nel Golfo. Al tempo stesso, proprio il rafforzamento della presenza Usa nelle regione, con basi in Arabia Saudita e nel Golfo, doveva a sua volta alimentare ulteriormente le retoriche e le politiche antioccidentali della Repubblica islamica.
Speranze di pace in Palestina: dagli accordi di Oslo (1993-1995) ai negoziati di Camp David (2000)
Poco dopo, a partire dal 1993, prese progressivamente forma – questo il secondo fatto – un complicato ciclo negoziale che per qualche tempo fece sperare nella possibilità di un sostanziale processo di pace tra Israele e i palestinesi e più in generale in tutto il Medio Oriente. A esercitare un ruolo di primo piano in questo senso furono, ancora una volta, gli Stati Uniti, una superpotenza ormai senza rivali dopo la dissoluzione dell’Urss nel dicembre 1991 e guidata in quegli anni dal presidente democratico Bill Clinton (1993-1999).
Detto in estrema sintesi, quel ciclo negoziale prese avvio con gli accordi di Oslo 1 nel 1993. Essi portarono al riconoscimento reciproco di Israele e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e alla nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), con una limitata autonomia dapprima a Gaza e a Gerico. I negoziati proseguirono poi con gli accordi di Oslo 2 nel 1995, che estesero e diedero sostanza all’autonomia palestinese, da un lato con un parziale ritiro degli israeliani da Gaza e dall’altro con la suddivisione della Cisgiordania in tre zone: l’Area A, sotto il controllo palestinese, l’Area B sotto un controllo misto israeliano e palestinese e l’Area C, sotto il controllo israeliano. Il processo di pace si concluse infine, ma con un plateale fallimento, con i negoziati di Camp David del 2000. Qui, in un clima di reciproca sfiducia, emersero tutti i nodi irrisolti e più difficili del rapporto tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese: la questione al tempo stesso territoriale, religiosa e simbolica di Gerusalemme (occupata nella parte est dagli israeliani ma rivendicata dai palestinesi), il problema dei coloni israeliani in Cisgiordania e delle loro violenze e quella del ritorno dei rifugiati palestinesi.
La seconda Intifada e il consolidamento dell’Asse della Resistenza
È in questo quadro che esplose la Seconda Intifada, un punto di non ritorno nel conflitto israelo-palestinese. Ad accendere la scintilla dello scontro fu il 28 settembre 2000 la plateale «passeggiata» di Ariel Sharon, allora il leader della destra israeliana all’opposizione, e della sua massiccia scorta nella Spianata delle Moschee, luogo sacro per i musulmani. Una vera e propria provocazione.
La Seconda Intifada fu assai più violenta e organizzata della Prima. Vi giocarono un ruolo di primo piano Hamas e altri gruppi jihadisti, ricorrendo a veri e propri attacchi militari e ad attentati terroristici (anche suicidi). Ad essi Israele rispose con incursioni militari nei territori palestinesi, con l’eliminazione mirata di diversi leader di Hamas, con la rioccupazione di molti territori in Cisgiordania e poi, a partire dal 2002, con la costruzione del famigerato «muro» per separare nella stessa Cisgiordania israeliani e palestinesi, costretti a una vita di stenti in una condizione di quasi apartheid.
In un contesto del genere, cadde qualsiasi ulteriore ipotesi negoziale. La marginalizzazione dell’Olp, coinvolto tra l’altro in diversi episodi di corruzione, divenne definitiva. Crebbero per contro, grazie anche al sostegno attivo dell’Iran, i due arcinemici regionali di Israele: Hamas nei territori e Hezbollah in Libano.
Dopo l’11 settembre 2001. La «guerra al terrore» e le sue conseguenze
Nel primo decennio del XXI secolo, diversi ulteriori sviluppi contribuirono a dare forma alle tensioni che dovevano prima covare sotto le ceneri e poi esplodere nella guerra del 2023 e poi in quella del 2026.
Su un piano più generale, ebbero enormi conseguenze gli spettacolari attentati terroristici dell’11 settembre 2001 messi a punto da al-Qaeda contro le Twin Towers a New York e il Pentagono. Ne seguirono due guerre infinite (e fallimentari) scatenate dagli Usa del presidente repubblicano George W. Bush (2001-2009) «contro il terrore» e gli «Stati canaglia» che lo alimentavano. Due guerre condotte nella prospettiva di «esportare la democrazia»: la prima in Afghanistan, dal 2001 al 2021; la seconda in Iraq, dal 2003 al 2011.
Per l’Iran fu decisiva soprattutto questa seconda guerra. La rapida sconfitta dell’esercito iracheno e la caduta del regime di Saddam Hussein, catturato nel dicembre 2003 e poi processato e giustiziato nel dicembre 2006, eliminò infatti il principale competitor della Repubblica islamica nella regione. Non solo. Essa permise all’Iran di esercitare un’influenza sempre maggiore nello stesso Iraq, un paese – come si ricorderà – a maggioranza sciita, precipitato nella guerra civile. In esso doveva però sorgere – in contrasto con gli sciiti – «al-Qaeda in Iraq», dal quale doveva poi nascere diversi anni più tardi l’Isis.
Hamas «conquista» Gaza (2006-2007)
Intorno alla metà del decennio, cambiò ulteriormente il quadro dell’annosa questione dei rapporti tra Israele e la Palestina. Nel 2005, per decisione del primo ministro conservatore Ariel Sharon, gli israeliani lasciarono Striscia di Gaza, dov’era molto forte la presenza di Hamas: un’area sempre più difficile e costosa da controllare. Gli insediamenti dei coloni nella Striscia furono smantellati e lo stesso esercito si ritirò oltre i suoi confini.
Terminava così l’occupazione diretta di quell’area, che durava dal 1967. La fine dell’occupazione, tuttavia, non significò la fine del controllo di fatto della Striscia. Israele, infatti, continuava a controllare lo spazio aereo, gran parte dei confini, le acque territoriali della Striscia e – cosa particolarmente odiosa – gli stessi accessi in entrata e in uscita dei palestinesi, che continuarono così a vivere in condizioni insostenibili.
Le conseguenze si fecero sentire quasi subito, nel 2006, in occasione delle elezioni legislative palestinesi (le seconde dopo quelle tenutesi nel 1996), che si svolsero nei territori dell’Autorità nazionale palestinese, vale a dire in Cisgiordania (dove era ancora forte il radicamento di Fatah, il partito nazionalista e laico dominante all’interno dell’Olp) e a Gaza (dove invece era più forte il seguito di Hamas, grazie anche alle sue reti sociali e religiose). Le elezioni furono vinte da Hamas, che formò un governo presieduto da un suo esponente di spicco, Ismail Haniyeh (uno dei pianificatori degli attentati del 7 ottobre 2023, ucciso poi nel 2024 a Teheran dagli israeliani durante la guerra di Gaza).
I mesi successivi al suo insediamento furono estremamente turbolenti. Israele, gli Stati Uniti e la stessa Ue boicottarono il nuovo governo. Nel contempo, a parte qualche fragile momento di tregua, entrarono in aperto contrasto Hamas e Fatah, che continuava a controllare gli apparati di sicurezza dell’Anp. Si moltiplicarono così gli scontri armati tra le due fazioni fino a che Hamas, grazie anche al sostegno indiretto dell’Iran, nell’estate 2007 lanciò una vera e propria offensiva su Gaza, imponendo il proprio controllo su tutta la Striscia.
A quel punto, il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, sciolse il governo e ne formò un altro senza Hamas. Da allora, i destini di Gaza e della Cisgiordania si divaricarono. Hamas rinsaldò il proprio potere di fatto nella Striscia. Fatah rimase invece al governo in Cisgiordania, ponendo la sua sede a Ramallah.
La guerra in Libano tra Israele e Hezbollah (2006)
Quasi contemporaneamente, nel luglio del 2006 si era riacceso lo scontro tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano. A scatenare il conflitto, che durò poco più di un mese, fu l’attacco di Hezbollah a una pattuglia israeliana al confine con il Libano, che provocò la morte di alcuni soldati israeliani e la cattura di alcuni ostaggi.
La reazione di Israele fu immediata. Oltre a bombardare Beirut e svariate infrastrutture civili, le forze militari di Tel Aviv penetrarono nel sud del paese con l’obiettivo di distruggere i miliziani di Hezbollah, che a loro volta lanciarono migliaia di razzi sul nord di Israele. Le ostilità, che causarono gravi distruzioni in Libano e una grande ondata di sfollati, cessarono a metà agosto, dopo una risoluzione Onu che imponeva il cessate il fuoco.
Il risultato fu che Hezbollah, sia pure indebolito sul piano militare, riuscì a resistere, rafforzandosi sia sul piano politico sia su quello dell’immagine come un attore regionale in piena regola. Di conseguenza, crebbe ulteriormente – se possibile – la tensione tra Israele e l’Iran, principale sponsor di Hezbollah.
Gaza: l’operazione «Piombo fuso» (2008-2009)
Qualcosa di analogo accadde nella Striscia di Gaza poco tempo dopo. Stretta in una morsa sempre più soffocante da Israele, che al principio del 2008 aveva tagliato rifornimenti e impedito l’arrivo di aiuti umanitari, la Striscia aveva continuato a essere per Hamas, sostenuta dall’Iran e Hezbollah, la rampa di lancio dei missili Qassam, da anni scagliati ripetutamente in territorio israeliano.
Il 27 dicembre 2008, dunque, Israele decise di avviare una vera e propria azione militare, l’operazione «Piombo fuso»: prima bombardando diversi quartieri di Gaza e poi entrando nella Striscia con truppe di terra. La guerra durò 22 giorni. Terminò il 18 gennaio 2009 con un cessate il fuoco, lasciando sul campo centinaia di morti civili palestinesi, grandi cumuli di macerie e distruzioni e un’ostilità crescente tra le parti, alimentate da reciproche accuse di violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, confermate anche dall’Onu e organizzazioni internazionali indipendenti. Anche in questo caso, però, Hamas, sia pure indebolita, riuscì a sopravvivere e soprattutto a riorganizzarsi, ancora una volta grazie soprattutto al sostegno dell’Iran.
L’inizio della questione del nucleare iraniano (2002-2015)
Nel frattempo, sempre nel primo decennio del XXI secolo, cominciò a diventare incandescente la questione del nucleare iraniano che, salvo un breve pausa, doveva poi surriscaldarsi ulteriormente negli anni seguenti e diventare una delle ragioni principali – almeno tra quelle dichiarate – della guerra dei dodici giorni del 2025 e poi di quella del 2026.
Furono gli stessi Usa nella seconda metà degli anni Cinquanta, all’epoca del regime dello scià Reza Pahlavi, ad avviare in Iran un programma di sviluppo del nucleare civile, con l’obiettivo del contenimento dell’Unione Sovietica nel quadro della Guerra fredda. La rivoluzione islamica del 1979 pose fine a questa collaborazione. La guerra Iran-Iraq (1980-1988) e le sue conseguenze, a loro volta, bloccarono per diversi anni ulteriori progressi nello sviluppo del nucleare iraniano.
Poi però, nel 2002, si scoprì che l’Iran, in violazione del Trattato di Non Proliferazione, stava portando avanti da tempo e in segreto i suoi programmi di arricchimento dell’uranio e di costruzione testate nucleari in impianti mai dichiarati all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Fu una scoperta sconvolgente, che per oltre un decennio costò all’Iran sanzioni sempre più pesanti da parte della comunità internazionale: dall’Onu agli Usa e all’Ue.
Soltanto nel 2015, dopo difficilissime trattative, si giunse a un accordo siglato dall’Iran con gli Usa, la Russia, la Cina e diversi paesi europei: in cambio della rimozione delle sanzioni, che stavano mettendo in ginocchio la sua economia, l’Iran acconsentì allora a ridurre le proprie scorte di uranio arricchito (proiettate forse verso la «soglia militare»), a smantellare diversi impianti e ad accettare regolari ispezioni internazionali.
La storia del nucleare iraniano, però, non doveva finire qui. Proprio al contrario – lo vedremo – essa doveva tornare prepotentemente all’ordine del giorno con l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti nel 2017.
Il ritiro degli americani dall’Iraq (2011)
Nel frattempo, altri importanti eventi dovevano ulteriormente incancrenire i rapporti tra Iran, Usa e Israele e gettare nel caos il Medio Oriente.
Tra essi ebbe un ruolo di grande importanza il ritiro degli Usa dall’Iraq. Esso fu annunciato fin dal 2008 dal presidente democratico Usa Barack Obama, che pure incrementò temporaneamente la presenza di truppe americane nel paese. E divenne definitivo alla fine del 2011, lasciando l’Iraq – già dilaniato dalla guerra civile seguita alla caduta di Saddam Hussein – in una condizione estremamente precaria.
Il risultato – ricordiamolo: in un paese a maggioranza sciita – fu il progressivo avvicinamento del governo iracheno a Teheran, accompagnato da un deciso rafforzamento delle milizie sciite filoiraniane.
Questo processo si tradusse a sua volta in una crescente marginalizzazione e repressione della minoranza sunnita e quindi, per reazione, nell’espansione del jihadismo sunnita. In questo quadro, da «Al-Qaeda in Iraq» – un feroce gruppo terroristico fondato nel 2004 da al-Zarqawi e in guerra aperta con gli Usa, il governo iracheno e i gruppi sciiti – nacque, dopo il ritiro americano, l’Isis, che a partire dal 2014 ebbe un ruolo decisivo nella destabilizzazione dell’Iraq e della Siria.
Le primavere arabe e la guerra civile in Siria
Quando gli Usa ritirarono definitivamente le proprie truppe dall’Iraq, avevano già preso avvio, alla fine del 2010, le cosiddette «primavere arabe», un evento centrale nella storia del Medio Oriente (e del Nord Africa) contemporaneo. Si trattò di una vera e propria ondata di proteste e rivolte popolari che, a partire dalla Tunisia nel dicembre 2010, si estesero poi in Egitto, Libia, Siria, Yemen e, con effetti minori, in altri paesi limitrofi.
Mosse al principio da pressanti richieste (soprattutto da parte dei giovani) di libertà, democrazia e maggiore benessere contro i regimi autoritari e corrotti da decenni al potere, esse riuscirono ad avviare un relativo processo di democratizzazione soltanto in Tunisia, dove fu deposto Ben Ali, al potere dal 1987. In Egitto portarono alla caduta di Hosni Mubarak, al governo dal 1981, ma spianarono la strada prima alla vittoria dei Fratelli Musulmani alle elezioni del 2012 e poi, un anno più tardi, a un colpo di Stato militare, che ha portato al potere Al-Sisi. In Libia, esse diedero avvio a una feroce guerra civile che doveva quasi subito internazionalizzarsi, portare alla caduta e all’uccisione di Gheddafi e poi proseguire per anni. Anche nello Yemen le proteste posero fine al trentennale potere del presidente Ali Abdullah Saleh. E anche in questo caso il paese precipitò in una feroce guerra civile, da cui doveva presto emergere e imporsi un gruppo fondamentalista sciita strettamente legato all’Iran: gli Houthi, un ulteriore pezzo dell’Asse della Resistenza.
In Siria le cose andarono, se possibile, anche peggio. Le proteste contro il regime di Bashar al-Assad furono ferocemente represse e sfociarono dapprima in scontri armati, poi in una disastrosa guerra civile e quindi in un complicatissimo conflitto regionale e internazionale, che abbiamo già in parte ricostruito in un precedente articolo. Quel conflitto – si deve aggiungere –permise all’Isis di estendere il suo Stato islamico in una vasta regione compresa tra la Siria e l’Iraq, fino alla sua sconfitta tra il 2017 e il 2019, e coinvolse direttamente – tra gli altri – gli Stati Uniti e la Turchia.
La guerra fece centinaia di migliaia di morti e produsse, insieme a una gravissima crisi umanitaria, un’enorme ondata di profughi. Dal punto di vista che qui ci interessa, tuttavia, essa rappresentò soprattutto una sfida di prima grandezza per l’Iran.
La Siria di Assad, infatti, era uno storico alleato della Repubblica islamica, un pezzo essenziale dell’Asse della Resistenza. Di più: costituiva un cruciale ponte di collegamento geografico e politico-militare tra l’Iran e Hezbollah in Libano. La sua caduta avrebbe dunque ridimensionato fortemente la loro influenza nella regione. Per questo motivo, l’Iran e Hezbollah intervennero in suo sostegno, seguiti poi – soprattutto dal 2015 – dalla Russia, la quale proprio da allora rinsaldò i propri rapporti con il regime degli ayatollah, che dovevano farsi ancora più stretti con la guerra in Ucraina iniziata nel 2022.
Seppure in un paese distrutto dagli scontri interni e dalla guerra, Assad riuscì a rimanere al potere. Il fronte a lui ostile era troppo frammentato. Gli Usa, inoltre, erano principalmente interessati allo smantellamento dello Stato islamico, così come la Turchia alla guerra contro i curdi.
Per una lunga fase, dunque, la Siria, sia pure indebolita, ha continuato a essere un pezzo fondamentale dell’Asse della resistenza. Almeno fino a quando, nel novembre 2024, in un contesto molto mutato (i russi impantanati in Ucraina dal 2022, la guerra in Palestina e in Libano dal 2023), il governo di Assad non è caduto sotto i colpi dei miliziani islamisti di Abu Mohammed al-Jolani, un tempo legato ad al-Qaeda, poi capo dell’Organizzazione per la liberazione del Levante. Per quanto si può capire, il nuovo leader parrebbe intenzionato ad avviare un processo di pace con Israele e più in generale con i paesi del Golfo, che è stato salutato con favore dal presidente Usa Donald Trump.
Arriva Trump: il nucleare iraniano (2018)
Una svolta molto significativa nella storia del Medio Oriente contemporaneo fu impressa da Donald Trump, per la prima volta presidente Usa dal 2017 al 2021. Ferreo sostenitore e alleato di Israele, egli mise in atto due strategie strettamente correlate: da un lato, alzare il livello dello scontro con l’Iran degli ayatollah; dall’altro, provare a isolarlo il più possibile nella regione, cercando di stemperare contemporaneamente l’annosa questione israelo-palestinese.
La prima strategia si tradusse nel maggio 2018 nel ritiro unilaterale degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano, siglati nel 2015 dal presidente Obama insieme a Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito. Come si è già detto, grazie a quegli accordi – frutto di un negoziato durato più di un decennio – l’Iran si era impegnato a limitare il proprio programma nucleare in cambio della fine delle pesanti sanzioni economiche che gravavano sul paese.
Trump prese questa cruciale decisione senza che vi fossero particolari allarmi da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, incaricata di verificare l’adempimento da parte dell’Iran di quanto previsto dagli accordi del 2015. Egli toccò altri tasti.
In un discorso tenuto alla Casa Bianca l’8 maggio, il presidente sottolineò anzitutto che l’Iran era il principale sponsor del terrorismo e che stava operando per destabilizzare l’intero Medio Oriente. Affermò inoltre che gli accordi del 2015 «limitavano», ma non «eliminavano» la minaccia del nucleare iraniano, perché consentivano all’Iran di continuare a produrre uranio arricchito, ponendo le premesse di un possibile raggiungimento della «soglia militare» e dunque della trasformazione dell’Iran in una potenza atomica. Come se non bastasse, aggiunse che la fine delle sanzioni negoziata nel 2015 aveva permesso al regime di arricchirsi e di finanziare ulteriori attività di destabilizzazione regionale, senza migliorare le condizioni del popolo iraniano. Per questa ragione, dunque, gli Usa avrebbero ripreso a infliggere sanzioni durissime alla Repubblica islamica.
Le conseguenze di questa decisione furono molteplici e di grande rilievo. Essa inflisse un duro colpo all’economia iraniana, che giunse quasi al collasso suscitando grandi proteste all’interno del paese. Rafforzò gli elementi più estremisti della Repubblica islamica, in particolare i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Spinse l’Iran a riprendere in breve tempo l’arricchimento dell’uranio e sviluppare tecnologie più avanzate. Provocò una seria crisi tra Usa ed Europa (favorevole all’accordo e alla distensione). Rafforzò i legami tra l’Iran, la Russia e la Cina. E rese sempre più acute le tensioni regionali in Medio Oriente, sollecitando svariati attacchi agli interessi americani nel Golfo da parte delle milizie filoiraniane.
Il culmine della tensione fu raggiunto nel gennaio 2020. Pochi giorni dopo un assalto all’ambasciata Usa in Iraq, lo stesso presidente Trump ordinò di uccidere Qasem Soleimani, il comandante delle milizie speciali al-Quds dei Guardiani della rivoluzione, che fu eliminato da uno sciame di droni all’aeroporto internazionale di Baghdad. La risposta iraniana – in un crescendo di tensioni – non si fece attendere. Pochi giorni dopo l’uccisione di Soleimani, decine di missili balistici iraniani furono lanciati contro due basi irachene che ospitavano militari Usa. Alla rappresaglia iraniana non seguì un’ulteriore contro-rappresaglia statunitense. Il clima delle relazioni Usa-Iran, tuttavia, era ormai diventato rovente.
Ancora Trump: gli accordi di Abramo (2020)
Pochi mesi più tardi, nell’estate dello stesso 2020 – questa la seconda strategia – furono siglati, con la mediazione e la regia Usa, gli accordi di Abramo, un altro snodo cruciale della storia recente del Medio Oriente. Con essi – com’era già accaduto con l’Egitto nel 1978 e poi con la Giordania nel 1994 – Israele normalizzava i suoi rapporti con alcuni paesi arabi: gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan. Mancava all’appello un paese cruciale, l’Arabia Saudita, che tuttavia intratteneva già da tempo rapporti informali con Israele.
Com’è stato più volte osservato, gli accordi di Abramo – al di là delle dichiarazioni ufficiali – misero per molti aspetti l’Iran nell’angolo. Essi spostavano di fatto il fuoco delle persistenti tensioni in Medio Oriente dalla questione drammatica e ancora irrisolta dei rapporti tra Israele e i palestinesi al problema del contenimento della Repubblica islamica, considerata ormai da molti attori dell’area e soprattutto dagli Usa come la principale responsabile della instabilità e dei conflitti nella regione: uno Stato canaglia, con propaggini molto ramificate. Non era proprio uno scacco matto, ma quasi.
Non a caso, il successore di Trump alla Casa Bianca, il presidente democratico Joe Biden (2021-2025), proseguì sostanzialmente nella stessa direzione, sforzandosi di allargare gli accordi all’Arabia Saudita, che sollecitava però maggiori pressioni degli Usa su Israele per la creazione di uno Stato palestinese, chiedendo altresì un vero e proprio patto di sicurezza con gli americani in funzione anti-iraniana e la possibilità di sviluppare il nucleare civile.
La presidenza Biden dovette più in generale confrontarsi con tre grandi emergenze di politica internazionale: in primo luogo, l’umiliante ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, nell’agosto del 2021, seguito immediatamente dal ritorno dei talebani al potere; in secondo luogo, l’inizio della guerra russo-ucraina, nel febbraio 2022, che tra le varie cose rinsaldò ulteriormente sul piano militare i rapporti tra Mosca e Teheran (grande rifornitrice di droni alla Russia); in terzo luogo, a partire dall’ottobre 2023, la drammatica «guerra di Gaza», provocata, almeno nell’immediato, dai tremendi attentati di Hamas del 7 ottobre.
Gli attacchi del 7 ottobre, la guerra di Gaza e lo scontro diretto con l’Iran (2023-2025)
Ci siamo già occupati in altri articoli degli attacchi del 7 ottobre 2023 messi in atto da Hamas in Israele e poi della terribile guerra di Gaza, durata dal 2023 al 2025. In questa ricostruzione delle radici più profonde dell’attuale guerra tra gli Usa e Israele e la Repubblica islamica, si devono tuttavia mettere in particolare evidenza tre dati.
Il primo riguarda il significato stesso del «7 ottobre», di cui si è ampiamente discusso tra studiosi e analisti e nella pubblica opinione. Al di là dell’assoluta ingiustificabilità di quell’atto militare e terroristico – che ha provocato la morte di circa 1200 israeliani (molti dei quali civili) e il rapimento di 250 ostaggi – si è spesso osservato che esso giungeva al culmine di decenni di oppressione della popolazione palestinese, senza un proprio Stato e ridotta in una vera e propria condizione di apartheid, soprattutto sotto il governo delle destre israeliane guidato da Benjamin Netanyahu. Il che è senz’altro vero. E tuttavia, quell’atto – freddamente pianificato da Hamas, che non poteva non aver messo in conto la furiosa e sproporzionata reazione di Israele – aveva anche un altro e più generale obiettivo politico: bloccare la strada tracciata dagli accordi di Abramo, riportare al centro di tutte le tensioni e dell’instabilità del Medio Oriente la questione israelo-palestinese e inibire quindi la disponibilità dei paesi arabi, in particolare dell’Arabia Saudita, a normalizzare le proprie relazioni con Israele.
Il secondo dato è che, a fronte della spropositata reazione israeliana – almeno 70.000 morti di cui molti civili e un numero impressionante di sfollati e profughi – si è riattivato quasi immediatamente, secondo una modalità che abbiamo più volte visto all’opera nel corso degli anni, l’Asse della resistenza mosso più o meno direttamente dall’Iran: Hamas e altri gruppi jihadisti a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen, varie milizie sciite in Iraq e in Siria, per citare solo gli attori maggiori.
Il terzo dato è che in questo frangente – e per la prima volta – la Repubblica islamica è entrata direttamente in conflitto con Israele, sia pure per breve tempo, e così pure gli Stati Uniti dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025. La guerra per procura (proxy war) che gli iraniani combattevano da decenni contro Israele attraverso l’Asse della resistenza è diventata così, poco per volta, una vera e propria guerra aperta. In tre diverse occasioni.
Accadde la prima volta nell’aprile 2024, dopo un raid aereo israeliano contro il consolato iraniano di Damasco, in Siria, che il 1° aprile aveva provocato la morte di 11 persone, tra cui 7 Guardiani della Rivoluzione, alcuni dei quali di alto livello. La risposta iraniana giunse due settimane dopo, il 13-14 aprile, con il lancio di centinaia droni e missili contro Israele, quasi tutti intercettati grazie anche al sostegno degli Usa e di paesi alleati europei e del Golfo. La controrisposta israeliana giunse il 19 aprile successivo. Su pressione degli Usa (allora sotto la presidenza Biden) essa fu limitata e poco più che simbolica e si tradusse nel bombardamento di obiettivi militari in territorio iraniano. Un’azione minimizzata dal regime degli ayatollah.
Il secondo scontro diretto ebbe luogo nell’ottobre del 2024, dopo l’uccisione mirata da parte di Israele di due figure chiave dell’Asse della resistenza: Ismail Haniyeh, leader di Hamas, ucciso a Teheran a luglio, e Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ucciso a settembre a Beirut, in Libano. L’Iran rispose il 1° ottobre con il lancio di circa 200 missili balistici contro Israele, che, più difficili da intercettare, inflissero danni più significativi rispetto al precedente attacco. Israele rispose il 26 ottobre con un’azione più ampia rispetto alla precedente, colpendo in territorio iraniano basi militari e sistemi di difesa aerea.
Il terzo scontro, assai più incisivo, si protrasse dal 13 al 25 giugno 2025. Fu una vera e propria guerra, sia pure di breve durata: la cosiddetta «guerra dei 12 giorni». Un anticipo di quanto doveva accadere su scala ben più ampia dal 28 febbraio 2026. All’epoca il presidente Usa in carica era di nuovo Donald Trump (2025-oggi).
La guerra iniziò con un attacco a sorpresa di Israele la notte del 13 giugno. Furono bombardati siti nucleari e basi missilistiche e colpiti personaggi di spicco – militari e scienziati – del programma nucleare iraniano. Anche in questo caso, la risposta di Teheran non si fece attendere: missili e droni furono lanciati sulle grandi città israeliane, tra cui Tel Aviv e Gerusalemme. Gli attacchi reciproci continuarono ad alta intensità per diversi giorni. Ad essi si aggiunse, il 22 giugno, il bombardamento americano di diversi siti nucleari in Iran – Fordow, Natanz e Isfahan – con missili Tomahawk e bombe in grado di penetrare in profondità. Usa e Israele dichiararono di aver causato danni molto seri, anzi serissimi, al programma nucleare iraniano. Due giorni dopo, dunque, si giunse al cessate il fuoco.
Con toni trionfalistici, non confermati dai fatti, Trump dichiarò di aver «obliterato» il programma nucleare iraniano, di aver reso impossibile per anni l’eventualità che l’Iran si dotasse di bombe atomiche. Non era esattamente così. Sia pure fortemente indebolito l’Iran aveva le capacità di riprendere il suo programma. Da qui, nei mesi successivi, la ripresa di trattative sull’annosa questione tra Iran e Usa.
Il cessate il fuoco a Gaza (settembre 2025) e il Board of Peace (gennaio 2026)
Pochi mesi dopo, tra settembre e ottobre del 2025, su pressione di Trump – che riuscì a imporre alle parti un piano in 20 punti per la tregua – si giunse finalmente al cessate il fuoco a Gaza. Hamas acconsentì al rilascio degli ostaggi vivi (e anche dei corpi di quelli morti) ancora nelle sue mani. Dal canto suo, Israele accettò di ritirare progressivamente le sue truppe dalla Striscia, mantenendo però il controllo di una fascia sicurezza al suo interno. Il piano prevedeva molte altre condizioni. Anzitutto l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia per ovviare alla catastrofica situazione degli sfollati. Poi, il disarmo di Hamas e comunque la sua emarginazione dal futuro governo di Gaza, che avrebbe dovuto essere affidato a un’amministrazione palestinese «tecnocratica» e a forze internazionali (Usa in testa, ma anche diversi paesi arabi) per la ricostruzione.
È a questo scopo che, sempre su iniziativa di Trump, è sorto nel gennaio 2026 il cosiddetto Board of Peace, un’organizzazione presieduta dallo stesso Trump (oltre gli stessi limiti del suo mandato presidenziale) mirata a gestire la ricostruzione di Gaza e, in prospettiva, altre eventuali crisi internazionali. Una specie di anti-Onu dei volenterosi – come è stato detto – alla cui fondazione hanno aderito una ventina di paesi mediorientali, asiatici, latinoamericani ed europei. Vi partecipano anche – ma in veste di osservatori – l’Italia, la Grecia, la Romania, Cipro e la stessa Unione europea.
Al di là di questi sviluppi, a Gaza non tutto filò per il verso giusto. La restituzione degli ostaggi israeliani vivi (circa 20) fu portata a compimento. Più complicato fu recuperare (tra le immense macerie della Striscia) i corpi di quelli morti, il che creò nuove tensioni. Al tempo stesso, Hamas, pur fortemente indebolita, rifiutò e continua tuttora a rifiutare di consegnare le armi e di farsi da parte, ponendo una seria ipoteca su una pace più duratura.
E tuttavia, con il cessate il fuoco – entrato in vigore il 10 ottobre – la massiccia guerra di terra di Israele nella Striscia si è almeno interrotta, anche se non sono mancate ripetute violazioni della tregua da parte di Israele, con il solito tragico corteo di morti e distruzioni.
Verso la guerra: proteste e repressione in Iran (gennaio-febbraio 2026)
Nel frattempo, però, doveva riaccendersi drammaticamente la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran, che doveva sfociare nella nuova e assai più violenta guerra iniziata il 28 febbraio 2026. A far spirare questi nuovi venti di guerra furono due fatti essenziali.
Il primo fu la massiccia ondata di proteste che esplose nella Repubblica islamica a cavallo tra il 2025 e il 2026. Esse furono causate dalla crisi economica devastante in cui versava il paese, flagellato da un’inflazione galoppante, in preda a una disoccupazione crescente e drasticamente impoverito dalle sanzioni internazionali, dalla corruzione e dall’inefficienza del regime e dalle sue folli spese militari all’interno e per alimentare i suoi proxy. A partire dai commercianti e dai piccoli artigiani dei Bazar, le proteste coinvolsero un’ampia fetta della popolazione – giovani, studenti, donne, lavoratori – soprattutto nei grandi centri urbani del paese, Teheran in testa. Esse assunsero presto un segno politico contro un regime autoritario all’estremo livello, che aveva già più volte violato patentemente diritti e libertà di espressione. In particolare, quella delle donne.
Potendo contare anche sul carattere spontaneo delle proteste – prive di una vera leadership, di organizzazione e di qualche programma per un eventuale dopo-regime – l’ayatollah, il governo e le Guardie della Rivoluzione procedettero a una repressione spaventosamente brutale: spari sulla folla con mitragliatrici pesanti e cecchini, arresti sommari, condanne a morte per impiccagione, violenze di ogni genere, anche negli ospedali in cui venivano via via ricoverati i manifestanti feriti. Il bilancio – pare – è di circa 40.000 morti, forse ben di più, nel giro di poche settimane, la gran parte dei quali in due sole giornate, l’8 e il 9 gennaio 2026.
L’immagine che l’Iran degli ayatollah restituiva all’estero era quello di un regime feroce, ma ormai alle corde. Era un invito a sferrare il colpo finale, che mise in gran fermento il figlio dello scià in esilio – Reza Pahlavi – e ovviamente Benjamin Netanyahu e Donald Trump, che all’inizio di gennaio aveva messo a segno una spericolata azione in Venezuela, riuscendo a catturare con un blitz delle forze speciali Nicolas Maduro e a portarlo negli Stati Uniti per farlo processare per terrorismo e narcotraffico.
Verso la guerra: il fallimento delle ultime trattative sul nucleare (febbraio 2026) e le pressioni israeliane
A questo drammatico contesto interno si aggiunse un secondo fatto: il fallimento degli ultimi round di trattative sul nucleare tra Usa e Iran, in verità mai cessate del tutto. Essi si svolsero in Oman e poi a Ginevra tra il 6 e il 26 febbraio, dapprima suscitando grandi speranze ma poi concludendosi con un nulla di fatto. Al centro dei negoziati vi erano da un lato la questione dell’uranio arricchito e il programma missilistico iraniano, dall’altro la sospensione delle sanzioni Usa contro l’Iran, che ne stavano strangolando l’economia.
Secondo molteplici ricostruzioni, i negoziatori iraniani avrebbero rifiutato di estendere le trattative all’arsenale balistico della Repubblica islamica e di accettare limiti «umilianti» all’arricchimento dell’uranio, pur garantendo che il paese non aveva alcuna intenzione di dotarsi di armi atomiche. Si dissero disponibili a ritornare agli schemi del già citato accordo del 2015, siglato per gli Usa dal presidente Obama, e anche a rafforzarlo con maggiori controlli internazionali. Aggiunsero tuttavia che a tal fine sarebbe stato necessario ridiscutere punto per punto i termini del negoziato nei mesi a venire. I mediatori americani – Steve Witkoff e Jared Kushner (genero di Trump) – ne trassero la conclusione che l’Iran voleva soltanto prendere tempo. Riferirono la cosa al presidente, a sua volta pressato da Netanyahu per risolvere la questione iraniana una volta per tutte.
È a quel punto che gli Stati Uniti, forti di una presenza sempre più massiccia di navi e truppe nel Golfo, presero la decisione di scatenare la guerra, e di iniziarla in grande stile colpendo direttamente i massimi vertici della Repubblica islamica. Naturalmente in patente violazione del diritto internazionale e soprattutto tenendo all’oscuro tutti i propri partner internazionali, europei in testa. Il che produsse una nuova e profondissima frattura nelle relazioni transatlantiche.
Dall’inizio della guerra (28 febbraio) al cessate il fuoco del 7 aprile 2026
È ovviamente impossibile seguire nel dettaglio lo sviluppo delle operazioni militari messe in atto dagli Usa («Furia epica») e da Israele («Ruggito del Leone») e la risposta dell’Iran e dei suoi alleati. Mi limito a segnalare che uno dei più autorevoli dataset del mondo in materia di conflitti armati, ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), contava al 16 aprile oltre tremila attacchi da parte di Usa e Israele ai danni dell’Iran e circa 1500 attacchi iraniani contro obiettivi americani e israeliani. Un numero enorme.
La guerra ebbe inizio la mattina del 28 febbraio con una massiccia campagna di bombardamenti coordinati tra Usa e Israele. Furono colpite basi militari e sedi governative a Teheran e in altre città del paese. Come già detto, in quella stessa prima giornata di attacchi, fu preso di mira e fatto esplodere il compound fortificato in cui era presente la Guida Suprema Ali Khamenei insieme ad alte personalità politiche e militari del regime. La sua morte fu certificata il giorno dopo dalle stesse autorità iraniane. Lo stesso 28 febbraio fu colpita per errore da un missile Tomahawk, nella città di Minab, una scuola elementare femminile, vicina ad alcuni edifici della marina dei Guardiani della Rivoluzione. Vi morirono almeno 175 bambine.
La risposta dell’Iran fu quasi immediata e prese di mira con missili e droni obiettivi israeliani e basi Usa nel Golfo, in particolare nel Kuwait, causando la morte di 6 militari americani. Contemporaneamente, secondo, uno schema ormai ben collaudato, Hezbollah lanciò dal Libano diversi razzi contro Israele. Tel Aviv rispose a sua volta bombardando Beirut e il sud del Libano, che divenne nei giorni successivi oggetto di una nuova operazione di terra israeliana, mentre continuavano bombardamenti massicci contro la Repubblica islamica.
A partire dal 6 marzo, si materializzò uno degli incubi peggiori. L’Iran iniziò a colpire navi civili e commerciali in transito nello stretto di Hormuz e poco più tardi infrastrutture energetiche e terminal petroliferi in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Prese così forma lo spettro di una crisi energetica globale, che ha avuto e ha tuttora immediate ripercussioni mondiali.
Tra dichiarazioni e controdichiarazioni presto smentite circa possibili «negoziati in corso» tra i belligeranti, la guerra si intensificò nelle settimane successive in Iran e non solo. Israele diede avvio a una robusta operazione di terra in Libano, accompagnata da continui bombardamenti sui villaggi del sud del paese e sulla stessa Beirut, finalizzati a disarticolare le milizie di Hezbollah ma tali da colpire anche la popolazione civile. Gravi incidenti si verificarono anche con i caschi blu della missione Unifil. Al tempo stesso entrarono in campo in Iraq e in Siria le milizie sciite alleate dell’Iran.
Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, l’Iran chiuse di fatto lo stretto di Hormuz, causando un vero e proprio shock energetico. Nel contempo, con una nuova prepotente escalation si intensificarono ulteriormente gli attacchi aerei e i bombardamenti mirati americani e israeliani contro obiettivi militari e nucleari iraniani, ai quali la Repubblica islamica rispose lanciando missili balistici contro Israele e diverse basi militari Usa nel Golfo.
A quel punto – non si sa bene con quali reali intenzioni – Trump dichiarò la chiusura dello Stretto di Hormuz «un atto di guerra globale» e il 5 aprile inviò agli iraniani un ultimatum di 48 ore per la sua riapertura, pena «la cancellazione di un’intera civiltà».
Con la mediazione del Pakistan e le pressioni della Cina, si giunse così, il 7 aprile, a una tregua tra i contendenti di due settimane subordinata però alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alla ripresa dei negoziati. Una tregua molto precaria, accolta con favore dalle Nazioni Unite, dall’Europa, dalla Cina e dai paesi arabi. Israele la accettò, ritenendo però che essa non riguardasse il fronte libanese, dove le ostilità continuarono ancora per diversi giorni, fino al 16 aprile.
Dopo il cessate il fuoco
Da quel momento regna la più assoluta incertezza. In Iran non si sa esattamente chi governi, a parte i Guardiani della Rivoluzione. Dopo la morte di Ali Khamenei, l’8 marzo è stato eletto Guida Suprema suo figlio Mojtaba Khamenei, il quale però non è mai apparso in pubblico, probabilmente perché gravemente ferito forse nello stesso attacco in cui fu ucciso il padre.
Netanyahu sembra deciso a portare alle estreme conseguenze il suo attacco contro Hezbollah, auspicando un regime change in Iran, che probabilmente metterebbe con le spalle al muro i suoi proxy ferocemente antisraeliani.
Trump, a sua volta, oscilla tra posizioni contraddittorie e poco chiare. Non sembrerebbe orientato a sostenere direttamente un cambio di regime a Teheran, che non è nelle corde del programma America First e impegnerebbe gli Usa in una guerra di lunga durata e dagli esiti incerti. Un’esperienza – sgraditissima alla sua base MAGA – che gli Stati Uniti hanno già fatto in Afghanistan e in Iraq con esiti disastrosi. Sembra fermo, invece, sulle due questioni cruciali del programma nucleare iraniano e dello Stretto di Hormuz, nel quale ha imposto il 13 aprile un blocco navale Usa, dopo il fallimento di un nuovo round negoziale a Islamabad l’11-12 aprile.
È dunque su queste due questioni esplosive – su cui la Repubblica islamica non sembra disposta a cedere, rivendicando altresì riparazioni di guerra per la ricostruzione del paese – che si giocheranno le sorti future della pace o della guerra nel Medio Oriente e i destini stessi della presidenza Trump, sempre più vicina all’appuntamento delle elezioni di mid-term.
Una partita ancora aperta, dunque, ed estremamente pericolosa.
